Sicuramente vanno eliminati, ma incidono poco sulla spesa pubblica. L’esperienza inoltre ci dice che non funzionano: la politica basata solo sulla riduzione degli sprechi e l’evasione fiscale non è efficace e, forse, potrebbe anche essere controproducente. Se Innocenzo Cipolletta dalle colonne del IlSole24Ore del 7 agosto porta un serio e ben argomentato affondo contro la semplificazione delle politiche attualmente più gettonate contro il disavanzo pubblico, non possiamo certamente gridare al complotto delle sinistre o alle esternazioni di qualche dilettante di politica economica. Capiamo meglio. Quando si parla di sprechi nella spesa pubblica si citano sempre esempi che attirano l’attenzione ma che in realtà non risolvono il problema. La strada è sempre quella del taglio di servizi pubblici considerati come sprechi, ma lo spreco, spesso, è sempre quello che non serve a noi, ma che possono essere servizi utili per gli altri. Il pericolo di sottofondo è quello che l’eliminazione di presunt sprechi arrivi alla fine alla perdita del servizio stesso. Dai posti letto negli ospedali fino ai treni ed ai bus bisogna considerare che la qualità di un servizio sta anche nella sua disponibilità quando serve e che la cosiddetta razionalizzazione nasconde una effettiva volontà di taglio del servizio stesso. Continua a leggere »

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Paul Krugman, nobel per l’economia, mantiene una posizione alquanto critica riguardo le politiche economiche internazionali. Secondo il suo punto di vista abbandonare le politiche espansionistiche significherà un periodo di “bonaccia” economica che non sarà in grado di recuperare i posto di lavoro perduti negli ultimi anni di recessione. “Ho letto i discorsi del presidente Herbert Hoover nel 1932” – dice Krugman – “ed è incredibile come ampi stralci assomiglino alle cose che dice ora Trichet. Una resurrezione di vecchie visioni, molto deprimente”. Lo stesso traino cinese non potrà dimostrarsi utile per la crescita mondiale e la germania ha preso una posizione che non fa bene a se stessa ed all’Europa. E l’Italia? “L’Italia è un caso curioso. Se si guarda al rapporto debito-Pil dovrebbe rientrare nel club dei paesi in crisi e anche prezzi e salari sembrano sopavvalutati, ma il suo deficit di breve periodo è inferiore e non ha problemi di finanziamento del settore privato perché non ha avuto bisogno di salvare banche come Spagna e Irlanda. Non dà l’impressione di entrare nell’area di crisi ma semmai il suo problema è che avrà un’economia debole per un certo periodo perché non è competitiva sul fronte dei costi”.

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A livello nazionale e locale, esiste una discussione sulla capacità delle opposizioni di unirsi e dare una prospettiva politica a tutti coloro che, con la propria “astensione” attiva, più che far vincere il centrodestra sembrano aver fatto perdere il centrosinistra. Nasce così un florilegio di temi su cui non sembra possa raggiungersi una vera sintesi, ma di cui la vera essenza è che poco interessano i cittadini che vorrebbero conquistare. Credo che il tema che continua ad interessare gli elettori del nostro Paese sia relativo alla perdita di potere economico, sia che si voglia leggere come perdita di posti di lavoro o di potere d’acquisto. Il resto rientra nella categoria “fuffa”. Su quali temi creare quindi una unità di forze politiche? Lasciando perdere la “fuffa” credo potrebbe essere apprezzato un cartello di forze politiche che si batta per politiche economiche di espansione – quelle che una volta si chiamavano keynesiane – rovesciando le screditate teorie economiche di depressione e di tagli delle destre; una nuova regolamentazione della finanza; una maggior capacità di controllo democratico sulla politica della banca centrale europea. Come alcuni ricordano, questo è quello che, al contrario, hanno fatto piccole e grandi banche, operatori ed agenzie finanziarie e via discorrendo, unendosi e lasciando indietro futili differenze contro la politica di regolamentazione che era stata tentata dall’amministrazione americana poco tempo fa: hanno vinto unendosi sotto l’egida della finanza, anche politicamente riuscendo a disgregare la sponda opposta. Bisognerebbe lasciare perdere le inutili discussioni sul nulla delle opposizioni e iniziare a ragionare di unità d’azione proprio su questi temi economici, che poi rappresentano gli attuali profondi bisogni di operai, disoccupati e professionisti, L’unione insomma tra merito e bisogno.

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LA POLITICA RESTRITTIVA AGGRAVA LA CRISI, ALIMENTA LA SPECULAZIONE E PUO’ CONDURRE ALLA DEFLAGRAZIONE DELLA ZONA EURO. SERVE UNA SVOLTA DI POLITICA ECONOMICA PER SCONGIURARE
UNA CADUTA ULTERIORE DEI REDDITI E DELL’OCCUPAZIONE

 Ai membri del Governo e del Parlamento
Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea
Ai rappresentanti delle forze politiche e delle parti sociali
Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea e del SEBC
E per opportuna conoscenza al Presidente della Repubblica

La gravissima crisi economica globale, e la connessa crisi della zona euro, non si risolveranno attraverso tagli ai salari, alle pensioni, allo Stato sociale, all’istruzione, alla ricerca, alla cultura e ai servizi pubblici essenziali, né attraverso un aumento diretto o indiretto dei carichi fiscali sul lavoro e sulle fasce sociali più deboli.

Piuttosto, si corre il serio pericolo che l’attuazione in Italia e in Europa delle cosiddette “politiche dei sacrifici” accentui ulteriormente il profilo della crisi, determinando una maggior velocità di crescita della disoccupazione, delle insolvenze e della mortalità delle imprese, e possa a un certo punto costringere alcuni Paesi membri a uscire dalla Unione monetaria europea.

Il punto fondamentale da comprendere è che l’attuale instabilità della Unione monetaria non rappresenta il mero frutto di trucchi contabili o di spese facili. Essa in realtà costituisce l’esito di un intreccio ben più profondo tra la crisi economica globale e una serie di squilibri in seno alla zona euro, che derivano principalmente dall’insostenibile profilo liberista del Trattato dell’Unione e dall’orientamento di politica economica restrittiva dei Paesi membri caratterizzati da un sistematico avanzo con l’estero.

(Continua qui)

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(via Lavoce.info) La XVI legislatura ha compiuto due anni e tra pochi giorni sarà trascorso lo stesso periodo di tempo per il governo Berlusconi, insediatosi l’8 maggio 2008. Il bilancio della legislatura coincide in larga parte con quello del governo sia perché fino a questo momento il perimetro della maggioranza è rimasto identico, sia perché in Parlamento la compagine governativa domina con i numeri l’attività legislativa. Riprendendo una formula analoga a quella di un anno fa cerchiamo di mettere in luce con dieci schede, ciascuna dedicata a uno dei principali temi della politica nazionale, che cosa è stato fatto o non è stato fatto in questo primo biennio. La raccolta è stata in parte curata da Pietro Ichino e pubblicata anche sul suo sito.

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Estremamente interessanti alcuni dati citati da Rolando Polli nel suo articolo comparso su Nova del 20 novembre ’08 riguardanti il rapporto tra industria e costi ambientali. A partire da scenari abbastanza noti. Per raggiungere gli obbiettivi europei su risparmio energetico e incremento delle rinnovabili, il Governo italiano stima un impegno di 18 miliardi € l’anno (1,14% del Pil), mentre secondo l’Unione europea (UE) ne basterebbero 10. Il terzo incomodo sarebbe rappresentato dalla Mc Kinsey (dato non pubblicato) che stima una curva dei costi di abbattimento della CO2, che include anche i benefici oltre i costi, di circa 4 miliardi l’anno.
Ancora interessante è considerare altri lati del problema, per capire se l’ambiente ha rappresentato un effettivo freno nello sviluppo. Nel periodo 2000-2007 l’Italia infatti ha registrato la crescita economica più bassa tra i paesi industrializzati: 1,1%. Sembra difficile imputare questa bassa crescita ad esempio a tentativi di raggiungimento di abbattimento della CO2. Infatti di fronte alla richiesta UE di ridurre i gas serra del 6,5% rispetto al 1990, l’Italia ha lasciato che le emissioni aumentassero invece del 12,5%. Anche perché rimane sprorzionato il confronto con altri 3 Paesi che sicuramente sono cresciuti più del nostro, ma che hanno raggiunto risultati impensabili:Germania diminuzione del 18,7% (richiesta 21%); Gran Bretagna diminuzione del 15,7% e Francia, per certi versi più simile a noi, diminuzione del 1,9%. Non sembra quindi che raggiungere obbiettivi di diminuzione della CO2 porti a bassa crescita. Anche perché questi Paesi hanno considerato l’industria “verde” come opportunità. Come chiamare infatti i 259 mila dipendenti nel settore delle rinnovabili in Germania nel 2006 oppure gli 89 mila spagnoli del 2007?
E non stiamo parlando di produzioni marginali, di nicchia, ma di veri e propri colossi. La produttrice di turbine eoliche danese Vestas capitalizza, con la borsa ai minimi odierni, 5,9 miliardi € ed impiega 17 mila persone; La spagnola Gamesa dà lavoro a 7 mila dipendenti e vale 3 miliardi €; le tedesche Enercon, Nordex e Repower impiegano 11 mila persone. Q-cells e Solarworld (Germania) producono celle solari e danno lavoro a 3 mila dipendenti e valgono 6 miliardi €, mentre la Rec (Norvegia) che tratta wafers di silicio vale 4 milirdi € ed impiega 2.200 dipendenti. Non addentriamoci in Cina e Giappone. In Italia possiamo dire che per trovare qualcosa di significativo dobbiamo rivolgerci ad Actelios, Greenvision o Erg renew che valgono tra 1 100 ed i 170 milioni (non miliardi!).
In sostanza la recessione, il basso sviluppo, la crisi finanziaria mordono dapperttutto, ma facendo le debite proporzioni rimane poco comprensibile perché i diversi Paesi abbiano modalità di approccio diverse e, conseguentemente, risultati assai diversi. Una cosa però non possiamo non dire: il costo per raggiungere certi risultati ambientali non rappresenta il freno a mano dello sviluppo del nostro e degli altri Paesi.

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