ago 192018
 

In tempi di  populismo giallo-verde è utile tornare ai fondamentali…

Presidente John F. Kennedy

Casa Bianca
11 giugno 1963

Cari concittadini buonasera,

Questo pomeriggio, dopo una serie di minacce e di dichiarazioni intimidatorie, è stato necessario inviare presso l’Università dell’Alabama un contingente della Guardia Nazionale incaricato di imporre il rispetto dell’ordinanza definitiva ed esplicita della Corte Distrettuale degli Stati Uniti del Distretto Settentrionale dell’Alabama. L’ordinanza ha stabilito l’ammissione all’Università di due giovani neri residenti nello stato dell’Alabama che hanno chiaramente tutti i requisiti previsti a tal fine.

La loro pacifica ammissione al campus è stata resa possibile in buona parte dal comportamento responsabile e costruttivo degli studenti dell’Università stessa.

Invito ogni americano, indipendentemente dal luogo in cui vive, a fermarsi e a riflettere su questo e altri incidenti simili. Questa Nazione è stata fondata da uomini di origini e nazionalità diverse, in base al principio di uguaglianza di tutti gli uomini. Ogni volta che vengono minacciati i diritti di uno di essi, anche i diritti degli altri ne risultano sminuiti.

Oggi siamo impegnati in una lotta mondiale per promuovere e tutelare i diritti di tutti coloro che aspirano ad essere liberi. I soldati americani inviati in Vietnam o a Berlino Ovest non sono soltanto bianchi. Per questo, gli studenti americani di qualsiasi colore devono avere accesso a qualsiasi istituzione pubblica desiderino, senza dover richiedere la protezione dell’esercito.

I consumatori americani di qualsiasi colore devono poter ricevere uguali servizi nei luoghi pubblici come hotel, ristoranti, teatri e negozi senza essere costretti a manifestare nelle strade e i cittadini americani di qualsiasi colore devono potersi registrare, per esprimere il proprio voto in elezioni libere, senza interferenze o timori di rappresaglie.

Ogni americano deve poter godere dei privilegi che gli derivano dalla sua cittadinanza, senza distinzione di razza o di colore. Ogni americano, insomma, deve avere il diritto ad essere trattato come desidera, come ognuno di noi vorrebbe che fossero trattati i propri figli. In realtà, tuttavia, ciò non accade.

I bambini neri che nascono oggi in America, indipendentemente dal luogo in cui vedono la luce, hanno circa la metà di probabilità di completare l’istruzione superiore rispetto ai bambini bianchi nati nello stesso luogo e nello stesso giorno, un terzo di probabilità di terminare l’università e un terzo di poter diventare professionisti, ma il doppio di probabilità di restare disoccupati, circa un settimo di possibilità di guadagnare 10.000 dollari l’anno e un’aspettativa di vita di 7 anni più breve, con la prospettiva di guadagnare solo la metà.

Questo problema non interessa solo aree circoscritte del Paese. Difficoltà dovute alla segregazione e alla discriminazione esistono in ogni città e in ogni stato dell’Unione e suscitano in molte città un’ondata crescente di malcontento che costituisce una minaccia per la sicurezza pubblica. La questione non è nemmeno circoscritta a una parte politica. In un periodo di crisi interna, gli uomini generosi e di buona volontà devono riuscire ad essere uniti, a prescindere dall’orientamento politico. Non si tratta, infine, di un aspetto limitato alla sfera legale o legislativa. Certamente è meglio che questi problemi vengano risolti nei tribunali piuttosto che nelle strade e nuove leggi sono necessarie a ogni livello, tuttavia, la legge da sola non può cambiare la mentalità delle persone.

Ciò che dobbiamo affrontare è prima di tutto un problema morale. È una questione che risale già alle scritture ed è chiara quanto la Costituzione Americana.

Il problema fondamentale è stabilire se tutti gli americani debbano ottenere gli stessi diritti e pari opportunità; se intendiamo trattare i nostri concittadini americani come noi stessi desidereremmo essere trattati. Se un americano, a causa della sua pelle scura, non può mangiare in un ristorante aperto al pubblico, se non può mandare i suoi figli alla scuola pubblica migliore, se non può votare per i pubblici funzionari che lo rappresenteranno, se, in breve, non può condurre la vita piena e libera che tutti noi desideriamo, chi tra noi sarebbe felice di condividere con lui il colore della pelle e prendere il suo posto? Chi tra noi si accontenterebbe del consiglio di portare pazienza e aspettare?

Già cento anni sono trascorsi da quando il Presidente Lincoln liberò gli schiavi e, tuttavia, i loro eredi, i loro discendenti, non sono ancora pienamente liberi. Non si sono ancora affrancati dai lacci dell’ingiustizia e dall’oppressione sociale ed economica. E questa nazione, con tutte le sue speranze e i suoi motivi d’orgoglio, non sarà pienamente libera fino a quando non lo saranno anche tutti i suoi cittadini.

Noi predichiamo con convinzione la libertà in tutto il mondo e teniamo in gran conto la nostra libertà in patria. Tuttavia, dobbiamo dichiarare al mondo e, cosa ancor più importante, a ognuno di noi, che questa è la terrà della libertà, ma non per i neri? Che non abbiamo cittadini di seconda classe, eccezion fatta per i neri, che non abbiamo un sistema di classi o di caste, nessun ghetto, nessuna razza dominante, salvo che rispetto ai neri?

È ormai giunto il momento in cui questa Nazione deve rispettare la sua promessa. Gli eventi accaduti a Birmingham e altrove hanno dato tale vigore alle rivendicazioni di uguaglianza che nessuna città, nessuno stato e nessun ente legislativo possono credere che sia prudente ignorarli.

I fuochi della frustrazione e della discordia si stanno diffondendo in ogni città, a nord e a sud, laddove le opportune misure legali non siano già state adottate. La riparazione dei torti subiti viene ricercata nelle strade, attraverso dimostrazioni, cortei e proteste che creano tensioni, minacciano violenze e mettono a repentaglio vite umane.

Dobbiamo affrontare questa crisi morale come un Paese e come un popolo unito. La soluzione non può essere trovata nell’azione repressiva delle forze dell’ordine né nel diffondersi delle azioni dimostrative lungo le nostre strade. Non è possibile metterla a tacere con gesti simbolici o discorsi. È tempo di agire, nel Congresso, nel vostro stato e negli enti legislativi locali e, soprattutto, nella vita quotidiana di ogni giorno.

Non è sufficiente attribuire la colpa agli altri, dichiarare che è un problema che riguarda solo una parte o l’altra del Paese, né deplorare i fatti a cui assistiamo. Dobbiamo affrontare un cambiamento di grande portata e il nostro compito, il nostro obbligo, è fare in modo che questa rivoluzione, questo cambiamento, sia pacifico e costruttivo per tutti.

Coloro che non agiscono in alcun modo diventano in realtà un motivo di vergogna e un pretesto per la violenza. Coloro che si comportano con coraggio non fanno altro che riconoscere il diritto e la situazione reale.

La prossima settimana domanderò al Congresso degli Stati Uniti di agire, di onorare un principio che non è stato pienamente rispettato nel corso di questo secolo, il principio secondo cui la razza non ha alcuna influenza nella vita né nella legge americana. La magistratura federale ha appoggiato questa proposta nello svolgimento della propria attività, estendendola all’assunzione del personale, all’uso delle strutture federali e alla vendita delle abitazioni finanziate con fondi federali.

Vi sono, tuttavia, altre misure necessarie che devono essere deliberate dal Congresso e che dovranno essere approvate durante la sessione in corso. Le antiche radici dell’ordinamento giuridico su cui si basa la nostra vita stabiliscono che a ogni torto debba seguire un’azione di rimedio, tuttavia, sono troppe le comunità e le zone del Paese in cui i torti subiti dai neri non trovano nella legge alcun tipo di tutela. Se il Congresso non agirà, l’unico rimedio che potranno trovare sarà nelle strade.

Per questo motivo, chiedo al Congresso di approvare una legislazione che conferisca a tutti gli americani il diritto di essere serviti nelle strutture aperte al pubblico, hotel, ristoranti, teatri, negozi e altre istituzioni simili.

Questo mi sembra un diritto elementare. La sua negazione costituisce un affronto arbitrario che, nel 1963, nessun americano dovrebbe subire, ma che molti devono sopportare.

Recentemente, ho incontrato molti importanti protagonisti della vita economica, invitandoli a prendere iniziative spontanee per porre termine a questa discriminazione, e le loro risposte sono state incoraggianti. Nelle scorse due settimane, oltre 75 città si sono attivate per eliminare la segregazione da questo tipo di strutture. Molti, tuttavia, non sono disposti ad agire da soli ed è per questo motivo che è necessaria una legislazione valida a livello nazionale, se davvero intendiamo togliere questo problema dalle nostre strade per portarlo nei tribunali.

Chiederò inoltre al Congresso di autorizzare il Governo Federale a partecipare in modo più completo alle cause giudiziarie volte a porre termine alla segregazione nell’istruzione pubblica. Siamo riusciti a convincere molti distretti a eliminare volontariamente la segregazione. Dozzine di essi hanno decretato l’apertura ai cittadini di colore senza alcuna violenza. Attualmente, almeno una persona di pelle nera frequenta una scuola finanziata dallo stato in ognuno dei nostri 50 stati, ma il processo è ancora molto lento.

Troppi bambini di colore che erano stati iscritti a scuole segregate al tempo della decisione della Corte Suprema, 9 anni fa, entreranno in scuole superiori segregate questo autunno, dopo aver subito un danno che non potrà mai essere riparato. La mancanza di un’istruzione adeguata nega ai neri la possibilità di ottenere un lavoro soddisfacente.

La regolare applicazione della decisione della Corte Suprema, pertanto, non può essere esclusivamente demandata a coloro che potrebbero non disporre delle risorse economiche necessarie per avviare azioni legali o che potrebbero essere vittime di vessazioni.

Sarà necessario prevedere anche altre misure, tra cui una maggiore protezione del diritto di voto. La legislazione, ripeto, non può, tuttavia, risolvere da sola questo problema. La sua soluzione deve essere cercata nella casa di ogni singolo americano, in ognuna delle comunità del Paese.

A questo proposito, desidero esprimere il mio apprezzamento per i cittadini, del nord e del sud, che si adoperano da tempo nelle loro comunità per migliorare la vita di tutti. Si tratta di persone che agiscono non per un senso del dovere imposto dalla legge, ma per la loro sensibilità alla dignità umana.

Come i nostri soldati e i nostri marinai impegnati in ogni parte del mondo, lavorano in prima linea per rispondere alla sfida della libertà e io rendo loro onore per il coraggio che dimostrano.

Cari concittadini americani, questo è un problema che riguarda ognuno di noi, in ogni città, a nord come a sud. Oggi vi sono cittadini di colore disoccupati, il doppio o il triplo dei bianchi, che hanno ricevuto di un’istruzione non adeguata e che si trasferiscono nelle grandi città, senza riuscire a trovare lavoro. In particolare, questa situazione riguarda i giovani disoccupati e senza speranza, a cui sono negati l’uguaglianza dei diritti, la possibilità di mangiare in un ristorante o a un bar, di recarsi al cinema, il diritto a un’educazione dignitosa e persino, ancor oggi, il diritto di frequentare un’università statale anche se dispongono di tutti i requisiti necessari. Credo che questi siano problemi che riguardano tutti noi, non solo i Presidenti, i Senatori, i Deputati o i Governatori, ma ogni singolo cittadino degli Stati Uniti.

Il nostro è un Paese unito ed è diventato tale perché tutti noi e tutti coloro che sono giunti nel corso del tempo nella nostra terra abbiamo avuto la stessa possibilità di valorizzare i nostri talenti.

Non possiamo dire al 10 percento della popolazione che, invece, questo diritto gli è negato, che i suoi figli non avranno l’opportunità di sviluppare qualunque talento abbiano, che l’unico modo che hanno a disposizione per ottenere i loro diritti è scendere nelle strade e dimostrare. Io credo che noi dobbiamo a loro e a noi stessi un Paese migliore.

Per questa ragione, vi chiedo di contribuire a rendere più facile questo passo in avanti e di offrire loro la stessa uguaglianza di trattamento che noi desidereremmo per noi stessi, di dare a ogni bambino la possibilità di avere un’istruzione adeguata ai propri talenti.

Come ho già detto, non tutti i bambini hanno lo stesso talento, la stessa abilità o le stesse motivazioni, ma tutti devono avere lo stesso diritto di sviluppare il talento, l’abilità e le motivazioni che hanno ricevuto, di costruire la propria vita.

Abbiamo il diritto di esigere che la comunità di colore sia responsabile e agisca nel rispetto della legge, ma essa, a sua volta, ha il diritto di esigere che la legge sia giusta e che la Costituzione non faccia distinzioni basate sul colore della pelle, come ha dichiarato il giudice Harlan all’inizio di questo secolo.

Questo è l’argomento di cui stiamo parlando, una questione che riguarda questo Paese e i suoi valori e chiedo il supporto di tutti i cittadini perché questi valori siano rispettati.

Vi ringrazio di cuore.

mag 252018
 

vallinotto-matti

 

Esiste una fotografia che è diventata uno spartiacque nella storia della psichiatria italiana e più specificamente torinese.  Non tutti la conoscono perchè, ancora oggi, suscita un’emozione forte anche nell’epoca in cui pensavamo di aver visto oramai tutto. La storia viene riproposta nella recente mostra “Matti, dall’emarginazione all’integrazione a 40 anni dalla Legge Basaglia” allestita a Rivalta nel castello degli Orsini segnalatami dall’amico Nicola de Ruggiero sindaco di Rivalta. La foto di Mauro Vallinotto fu pubblicata nel paginone centrale dell’Espresso del 26 luglio 1970 e si riferiva al manicomio per bambini di Villa Azzurra di Grugliasco, sempre nella cintura torinese. Raccontano che dopo poche ore dalla pubblicazione, Carabinieri e Magistrato arrivarono a Villa Azzurra iniziando il percorso che portò alla chiusura del manicomio dei bambini e successivamente di tutta la struttura. Molti si sono esercitati anche meritoriamente nella ricerca di significati più o meno nascosti di questa immagine, di trovarne un senso che potesse essere compreso dalla mente di ognuno di noi mentre guardavamo una bambina classificata “senza” una mente. A tanti anni di distanza credo sia ancora importante e necessario riuscire a guardare questa foto, meglio forse senza commentarla o cercarne un racconto. Come se non ci fosse un prima o un dopo.

Il 19 settembre 1978, a pochi mesi dall’approvazione della stessa legge 180, Franca Ongaro (moglie di Basaglia), scriveva: «Il 13 maggio non si è stabilito per legge che il disagio psichico non esiste più in Italia, ma si è stabilito che in Italia non si dovrà rispondere mai più al disagio psichico con l’internamento e con la segregazione. Il che non significa che basterà rispedire a casa le persone con la loro angoscia e la loro sofferenza».

ago 132017
 

hurricane

In tempi di suprematismo bianco – altro nome nemmeno malcelato di razzismo – trovare qualche antitossina utile che almeno ci faccia avvicinare ai termini del problema non è davvero facile. Farlo poi in maniera poco noisa sembra un’avventura. Eppure, se si vuole godere di una buona storia molto ben scritta che elimina moralismi vari e chiacchiere alla moda politica, un consiglio può essere quello di accostarsi al testo di James S. Hirsch “Hurricane, il miracoloso viaggio di Rubin Carter” (ed. 66 TH A2ND) recentissimamente riproposto in libreria. Lasciate perdere Bob Dylan, che pure è importante nella storia di Rubin Carter, il pugile protagonista di questa storia vera nell’america degli anni ’60, e fate  scorrere senza pensarci troppo, questa scrittura puntuale e avvincente che non indugia nell’agiografia e mette nel giusto ordine gli istinti di accusato, accusatori e di chi – anche Dylan, perchè no – hanno guadagnato in un modo o nell’altro qualcosa da questa storia. Con l’avvertenza che questa è finita, diciamo così, bene, ma che il mondo non va sempre in questa direzione

ott 242016
 

ipcc

Superate le 400 parti per milione (ppm) di anidride carbonica in atmosfera. Questo il dato comunicato dall’Organizzazione Mondiale della Meteorologia (WMO) che certifica come il 2015 veda un superamento costante di una soglia che non è solo psicologica. Cosa significa? Se pensiamo che nell’era preindustriale i valori erano di 280 ppm, gli studiosi hanno posto il limite di 450 ppm per evitare il superamento delle temperature di 2 °C entro la fine di questo secolo. Per dirla ancora meglio, i calcoli degli scienziati suggeriscono che il superamento dei 2°C porterebbe enormi difficoltà per contrastare in maniera efficace il riscaldamento globale. Cosa sia possibile fare in buona sostanza lo sappiamo già. Tenendo conto ad esempio che il 23% del totale di immissione di CO2 viene dalle attività di trasporto, questo rappresenta un fronte aggredibile già ora. Pensiamoci…

mar 062016
 

di Luigi Pintor

La sinistra italiana che conosciamo è morta. Non lo ammettiamo perché si apre un vuoto che la vita politica quotidiana non ammette. Possiamo sempre consolarci con elezioni parziali o con una manifestazione rumorosa. Ma la sinistra rappresentativa, quercia rotta e margherita secca e ulivo senza tronco, è fuori scena. Non sono una opposizione e una alternativa e neppure una alternanza, per usare questo gergo. Hanno raggiunto un grado di subalternità e soggezione non solo alle politiche della destra ma al suo punto di vista e alla sua mentalità nel quadro internazionale e interno. Non credo che lo facciano per opportunismo e che sia imputabile a singoli dirigenti. Dall’89 hanno perso la loro collocazione storica e i loro riferimenti e sono passati dall’altra parte. Con qualche sfumatura. Vogliono tornare al governo senza alcuna probabilità e pensano che questo dipenda dalle relazioni con i gruppi dominanti e con l’opinione maggioritaria moderata e di destra. Considerano il loro terzo di elettorato un intralcio più che l’unica risorsa disponibile. Si sono gettati alle spalle la guerra con un voto parlamentare consensuale. Non la guerra irachena ma la guerra americana preventiva e permanente. Si fanno dell’Onu un riparo formale e non vedono lo scenario che si è aperto. Ciò vale anche per lo scenario italiano, dove il confronto è solo propagandistico. Non sono mille voci e una sola anima come dice un manifesto, l’anima non c’è da tempo e ora non c’è la faccia e una fisionomia politica credibile. E’ una constatazione non una polemica. Noi facciamo molto affidamento sui movimenti dove una presenza e uno spirito della sinistra si manifestano. Ma non sono anche su scala internazionale una potenza adeguata. Le nostre idee, i nostri comportamenti, le nostre parole, sono retrodatate rispetto alla dinamica delle cose, rispetto all’attualità e alle prospettive. Non ci vuole una svolta ma un rivolgimento. Molto profondo. C’è un’umanità divisa in due, al di sopra o al di sotto delle istituzioni, divisa in due parti inconciliabili nel modo di sentire e di essere ma non ancora di agire. Niente di manicheo ma bisogna segnare un altro confine e stabilire una estraneità riguardo all’altra parte. Destra e sinistra sono formule superficiali e svanite che non segnano questo confine. Anche la pace e la convivenza civile, nostre bandiere, non possono essere un’opzione tra le altre, ma un principio assoluto che implica una concezione del mondo e dell’esistenza quotidiana. Non una bandiera e un’idealità ma una pratica di vita. Se la parte di umanità oggi dominante tornasse allo stato di natura con tutte le sue protesi moderne farebbe dell’uccisione e della soggezione di sé e dell’altro la regola e la leva della storia. Noi dobbiamo abolire ogni contiguità con questo versante inconciliabile. Una internazionale, un’altra parola antica che andrebbe anch’essa abolita ma a cui siamo affezionati. Non un’organizzazione formale ma una miriade di donne e uomini di cui non ha importanza la nazionalità, la razza, la fede, la formazione politica, religiosa. Individui ma non atomi, che si incontrano e riconoscono quasi d’istinto ed entrano in consonanza con naturalezza. Nel nostro microcosmo ci chiamavamo compagni con questa spontaneità ma in un giro circoscritto e geloso. Ora è un’area senza confini. Non deve vincere domani ma operare ogni giorno e invadere il campo. Il suo scopo è reinventare la vita in un’era che ce ne sta privando in forme mai viste.

ott 072014
 

L’intervento di Walter Tocci al Senato sull’articolo 18, giusto per ricordarci chi siamo…

Tra le righe si legge una sfiducia nel futuro del paese. Si ritiene che l’Italia non possa essere diversa da come è oggi, non sia in grado di modificare la sua struttura economica tradizionale ormai messa fuori gioco dalla competizione internazionale. Si pretende di risolvere il problema eliminando i diritti e riducendo i salari, già oggi i più bassi in Europa, magari utilizzando gli 80 euro e il Tfr per pareggiare il conto.

Sembra una scelta di buon senso ma è una via senza uscita. I paesi emergenti saranno sempre nelle condizioni migliori di costo per vincere la concorrenza. L’unico modo per mantenere il rango di grande paese consiste invece nel migliorare il livello tecnologico, la specializzazione del tessuto produttivo, l’accesso nell’economia della conoscenza. Ma ci vorrebbe un’agenda di governo tutta diversa; bisognerebbe puntare sulla formazione permanente per migliorare le competenze, mentre qui si promuove per legge il demansionamento dei lavoratori; si dovrebbe puntare sulle politiche industriali della green economy mentre il decreto sblocca-Italia rilancia la rendita immobiliare; si dovrebbe puntare sulla ricerca scientifica e tecnologica, che invece subirà altri tagli con la legge di stabilità; si dovrebbe puntare sull’economia digitale non a parole ma con azioni concrete che ancora non si vedono.

Non si è mai cominciato a cambiare verso. Finora si sono visti i passi indietro. Con le riforme istituzionali gli elettori contano meno di prima. Con il Job Act si intaccano le garanzie per i lavoratori. Queste scelte non erano previste nel programma elettorale del 2013 che abbiamo sottoscritto come parlamentari del Pd. Non siamo stati eletti per indebolire i diritti.

ago 182014
 

sanità tunnel

Certamente un traguardo di cui andare fieri: raggiunti i 4000 trapianti di rene inPiemonte. Ma cosa ci può insegnare questo risultato? Se infatti da un lato si rimarcano i numeri raggiunti dalle tre sedi in cui fattivamente viene compiuto l’atto finale del trapianto, dall’altro si tende a dimenticare che questo è l’ultimo anello di una catena ben più ampia e misconosciuta. Gli organi infatti vengono prelevati nelle diverse sedi ospedaliere abilitate, che sono per la maggior parte diverse da quelle di “impianto” e che vedono la mobilizzazione di medici di diverse specialità (anestesisti-rianimatori, urologi, anatomo-patologi ecc.), infermieri di sala operatoria e non, tecnici laboratoristi, personale addetto al trasporto fino, a volte, alle stesse forze dell’ordine che garantiscono e agevolano il trasporto stesso. E che spesso avviene di notte e in giorni “festivi”, per lasciare a disposizione le sale operatorie per la “normale” attività diurna di interventistica. E che si avvale di una vera e propria rete ramificata composta di molte professionalità nelle diverse aree geografiche che vanno al di là delle stesse regioni, se non degli Stati stessi. Un lavoro davvero “oscuro” verrebbe da dire. E qui sta l’insegnamento della Medicina moderna, che raggiunge questi risultati quando agisce come una “rete”, “insieme”, sincronizzata, al di là molto spesso di ciò che persino è dovuto contrattualmente, con sacrificio personale. La Medicina moderma è questa, dove certamente esiste chi deve comandare ma che, a differenza del passato, non può più solo basarsi su capacità concentrate in poche “mani” di illustri professori di chiara fama. Esiste cioè una consapevolezza e capacità tecnica che è distribuita molto più estesamente rispetto al passato. Ecco perchè, soprattutto oggi, è particolarmente errato parlare solo di “eccellenze” che danno lustro alla nostra sanità pedemontana, dimenticandosi che l’eccellenza è un prodotto diffuso territorialmente. E che non può manifestarsi se tutto il resto del sistema territoriale non la sostiene, a volte anche solo per compiere tutto il lavoro che deve essere svolto per dare sollievo alle richieste del proprio ambito geografico. Perchè per fare buoni trapianti è necessario che qualcuno, oltre a rendere disponibile un organo, si prenda carico di svolgere tutta quell’attività chirurgica che non può essere svolta nei cosiddetti centri di eccellenza. Un diamante, quindi, davvero molto sfaccettato e di una complessità poco conosciuta anche da chi deve fare buona informazione. Oltre al grande centro dove si dona nuova vita, esistono medici che convincono e raccolgono il consenso a donare gli organi, persone che spendono la propria capacità morale e che si caricano del lato “triste” della successiva vittoria, che si siedono di fronte ai familiari di un donatore che quella sera torneranno a casa con un altro stato d’animo e che rappresentano, anch’essi degli eroi davvero positivi dei nostri tempi edonistici ed individualistici. La Medicina dei soliti ignoti che non finiscono certamente sui giornali, ma che costruiscono tutti insieme la moderna Medicina, di chi cura, di chi riceve la cura e di chi rinuncia alla vita dei propri cari per donare. I soliti ignoti, insomma…

apr 132014
 

ipcc logo

16 anni utili per incidere positivamente sul cambiamento climatico: questo è il messaggio contenuto nella sintesi per i policymaker dell’ IPCC pubblicata oggi (mentre il rappoero completo sarà disponibile il 15 aprile). Chiarito il fallimento dell’obiettivo della riduzione delle emissioni da ottenersi nel 2020, il documento stima necessario un taglio di CO2 molto più rapida di quella ottenuta finora agendo soprattutto sui settori della produzione dell’energia elettrica, mentre appare più difficile alle attuali condizioni politiche incidere sui trasporti. Importante innovazione è l’attenzione anche ai comportamenti individuali con la capacità di combattere anche su questo fronte con risultati significativi. Da sottolineare anche come la lotta ai cambiamenti climatici sia un aspetto della più grande questione dell’equità: i paesi in via di sviluppo finirebbero, se continuasse questa tendenza, con il pagare in maniera molto più onerosa le politiche di mitigazione necessarie, creandosi un mercato delle emissioni con prezzi diversi a seconda dei Paesi. Insomma, la scienza internazionale sembra non dare messaggi discordanti sul fatto che il tempo è sempre meno.

 

apr 072014
 

scienza europaMartedì 8 aprile presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche di Piazzale Aldo Moro a Roma verrà presentato il “Manifesto per un’Europa di progresso”. Si tratta di un contributo che un folto gruppo di scienziati italiani, alcuni di loro con incarichi istituzionali rilevanti, hanno inteso dare per un concreto rilancio del sogno degli Stati Uniti d’Europa, proprio nel momento di maggior difficoltà della sua realizzazione. Il “Manifesto” origina dalle preoccupazioni che gli scienziati valutano nei riguardi di un processo d’integrazione delle nazioni europee in profonda crisi. Dalla consapevolezza che la piena estensione dei confini oltre i limiti nazionali rischi d’interrompersi bruscamente a causa delle inadeguatezze strategiche di chi fino ad ora ha condotto questo progetto. Dalla constatazione che le opportunità di reale progresso per i cittadini europei, in ambito di sviluppo civile, economico, democratico, culturale, pacifico, non possano prescindere dalla realizzazione di un’Europa dei popoli. Scienza, sapere e nuova conoscenza tendono a svilupparsi in modo naturale e hanno da sempre oltrepassato qualunque limite geografico, artificiale o mentale che si sia provato loro ad imporre. Gli scienziati intendono testimoniare la straordinarietà di questa “natura” che poi altro non è che la natura stessa dell’uomo, consapevoli che lo sviluppo e la diffusione del pensiero critico, che è proprio della scienza, possa contribuire ad ampliare l’esercizio effettivo dei diritti e della partecipazione democratica. Il riferimento esplicito va ad altri storici Manifesti, quali quello di Einstein e Nicolai; e quello di Spinelli, Colorni e Rossi. Ricordando che nella prima metà dell’Ottocento riunioni di scienziati italiani contribuirono alla realizzazione concreta dell’unità d’Italia, si propongono di dare un contributo per una realizzazione piena dell’unione politica dell’Europa, di un’Europa dei popoli. La stesura del Manifesto ha visto per ora coinvolti, a parte pochissime eccezioni, i soli scienziati italiani. L’obiettivo è di estendere rapidamente questa iniziativa in tutta Europa, provando ad avviare un movimento che possa sollecitare l’intera società continentale. Continue reading »