Dorino Piras

La Salute, l'Ambiente, il Lavoro

15 ricercatori intrappolati dalla burocrazia

Scientist performing experiment

Le Scienze online riprende la notizia di 15 giovani ricercatori calabresi che hanno partecipato al bando per Ricerca Finalizzata 2011-2012, i cui risultati sono stati pubblicati dal Ministero della salute nei primi giorni di febbraio 2014. Nessuno di loro, però, è risultato vincitore. Il problema è che successivamente si è venuto a sapere che lo stesso Ministero non ha mai ricevuto i loro progetti in quanto il funzionario preposto della Regione Calabria non ha nella sostanza trasmesso la documentazione. Più precisamente  si era ridotto all’ultimo giorno utile e proprio quel giorno, ha dichiarato, c’era stato un problema di rete nella sede regionale. Anche se successivamente è stato dimostrato che in quella giornata non si era verificato nessun guasto sulla rete.  I commenti sono superflui

Onorevole: adotta un ricercatore!

Potrebbe essere una buona idea quella sentita a Baobab – Radio 1 da Angelo Vescovi: ogni parlamentare potrebbe adottare un ricercatore, magari devolvendo 1000 – 1500 € al mese dai propri emolumenti per finanziare un giovane cervello oggi costretto ad emigrare o a lavorare gratis. tenendo conto che i parlamentari sono circa un migliaio, si verrebbe a creare una vera e propria forza d’urto che potrebbe portare molti benefici anche a livello di sistema nazionale. Un piccolo esercito, quindi, che invertirebbe il trend negativo di questi anni che vede sempre più non solo la fuga all’estero dei nostri giovani, ma l’impoverimento del nostro Paese sul fronte della ricerca dove si giocherà il futuro della nostra comunit nazionale. Le forme e i modi di questa scommessa possono essere diversi e non difficili da mettere a punto, mancando al momento solo la cosiddetta “volontà politica” di farlo. Sempre che i mezzi di comunicazione, al posto di parlare della pur interessante gravidanza di qualche starlette, costruiscano una campagna anche a costo zero in modo da porre il problema davvero all’indice dell’agenda politica nostrana.

La scienza, le elezioni americane e noi

L’ultimo numero di Scientific American ha un editoriale dal titolo che dice già tutto: “I futuri posti di lavoro dipendono da un’economia basata sulla scienza”. Messaggio molto semplice, ribadito in modo ancora più diretto nelle prime righe dell’articolo: “metà della crescita economica degli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale è venuta dal progresso scientifico e tecnologico”. Nei giorni scorsi, il New York Times ha ribadito lo stesso punto: “La scienza è la chiave per la crescita”. (…) E da noi? Da noi si parla molto di meritocrazia e di eccellenza, e non c’è politico che non si professi grande sostenitore della ricerca, ma se si volesse capire in concreto cosa hanno in mente i vari schieramenti per tradurre le belle intenzioni in fatti, si incontrerebbero molte difficoltà. La realtà concreta parla di continui tagli alla ricerca e alla formazione, e il dibattito pubblico sui temi scientifici è pressoché inesistente, dominato da soluzioni miracolistiche o da posizioni emotive, più che dall’analisi critica. Bisognerebbe incalzare la nostra classe dirigente sui temi della ricerca, magari pretendendo qualche risposta puntuale alla critica giustamente spietata espressa nell’ultimo numero di Nature. È anche dall’attenzione dedicata alla scienza che si misura la distanza abissale tra il livello del dibattito politico nel nostro paese e nelle nazioni avanzate.

Leggi l’articolo completo di Amedeo Balbi

Non distruggete la ricerca: un appello

Martedì 12 giugno inizierà la dismissione dei campi sperimentali dell’Università della Tuscia in cui erano coltivati alberi di olivo e di ciliegio, e alcuni filari di kiwi transgenici. Le piante verranno fatte seccare con appositi prodotti chimici, e conseguentemente distrutte. Gli esperimenti, iniziati in campo aperto nel 1998 da una ricerca pubblica avviata nel lontano 1982, potrebbero consentire di selezionare varietà resistenti a diversi agenti patogeni, come funghi e batteri. La riduzione dell’uso dei pesticidi in agricoltura, che tutti auspichiamo, passa anche attraverso lo sviluppo della ricerca scientifica in questo settore. Purtroppo gli esperimenti non hanno ancora dato risultati apprezzabili, dato che le piante arboree hanno bisogno di molto tempo per crescere. Anche per questa ragione pensiamo che la distruzione delle piante vada assolutamente evitata: non è possibile interrompere un esperimento del genere e riprenderlo, magari tra qualche anno, dal punto in cui lo si è lasciato. Fermarsi ora significa, letteralmente, buttare al vento decenni di ricerca pubblica finanziata con i soldi dei contribuenti italiani. Una prospettiva a nostro avviso sconvolgente.

Ricordiamo che gli allarmi, apparsi sulla stampa, di possibili rischi di contaminazione per le colture circostanti, sono completamente infondati. La ricerca si svolge seguendo un rigido protocollo, a suo tempo approvato dalle autorità competenti, che prevede misure di sicurezza molto rigide per quanto riguarda la possibile diffusione del polline: ad esempio, ogni anno vengono rimossi manualmente i fiori da ogni pianta di kiwi, e sterilizzati in autoclave. I ricercatori dell’Università della Tuscia, che hanno condotto le sperimentazioni, sono disponibili a fornire ulteriori informazioni e dettagli a chiunque voglia saperne di più, su qualsiasi aspetto della ricerca, coerentemente con quanto avvenuto per la sperimentazione sul grano in corso a Rothamsted in Inghilterra. La scienza dimostra di non aver paura di confrontarsi e dialogare con la società civile. Anche con coloro che vorrebbero distruggerla.

Come ricercatori e studenti di biotecnologie, siamo convinti che la ricerca, non solo quella sugli OGM, non possa che fondarsi su di una attenta valutazione del rischio che nasca da una seria sperimentazione. Per queste ragioni, facciamo appello alle autorità competenti, a cominciare dal Ministro dell’Ambiente Corrado Clini e delle Politiche Agricole Mario Catania, perché non si disperda irreparabilmente quanto raccolto finora da questa esperienza, anche in termini di capitale umano e competenze, e affinché recedano da questa decisione. Per favore, non distruggete il nostro lavoro. Non distruggete la ricerca. Non distruggete il futuro del Paese.

ANBI – Associazione Nazionale Biotecnologi Italiani

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Un cervello in fuga vale 148 milioni di euro

Roma, martedì 30 novembre 2010 – Centinaia di ricercatori se ne vanno ogni anno dal nostro Paese, costretti a emigrare altrove per trovare laboratori che sostengano i loro studi e ne premino il merito, la loro fuga significa per il sistema paese perdita di ricchezza non solo scientifica ma anche economica e uno studio effettuato dall’ICom (Istituto per la Competitività), presentato oggi in esclusiva in occasione dell’evento organizzato dalla Fondazione Lilly in Senato, ha quantificato quanti soldi sono fuggiti via con i cervelli italiani: dal 1989 ad oggi l’Italia si è lasciata sfuggire circa 4 miliardi di euro, cedendoli ai paesi che hanno accolto i nostri talenti, primi tra tutti Gli Stati Uniti, seguiti poi da Francia e Svizzera nella classifica dei primi 20 cervelli italiani all’estero. Lo studio ha effettuato una valutazione economica della fuga dei top scientist: ha preso in esame gli ultimi 20 anni, durante i quali sono stati depositati 155 domande di brevetto di cui l’inventore principale è nella lista dei top 20 italiani all’estero mentre 301 è il numero totale di brevetti a cui i nostri hanno contribuito come membri del team di ricercai. Il valore attuale dei brevetti diretti dai top 20 italiani fuggiti all’estero è di 861 milioni di euro netti e su 20 anni il dato si attesta a 2 miliardi di euro netti. Se si considerano invece tutti brevetti (inventore principale o membro del team) , arriviamo ad un valore di 1,7 miliardi euro e a 3,9 miliardi di euro nell’arco degli ultimi 20 anniii, cifra che può essere paragonata all’ultima manovrina correttiva dei conti pubblici annunciata dal Governo qualche mese fa. (continua a leggere sul sito della Fondazione Cariplo)

La scienza italiana assente all’ISMH.

Se dovessi fare una cronaca sulla rilevanza del nostro Paese nella comunità scientifica, sarebbe sicuramente una cronaca amara. Questo è il sentimento che mi ha accompagnato ritornando dal 7° Congresso Mondiale sulla salute maschile (7th men’s health world congress della International Society of Men’s Health) tenutoso a Nizza dal 28 al 30 ottobre. Il problema non era dato tanto dal fatto che non è stata prevista nessuna traduzione simultanea in italiano mentre era presente quella in russo. Il problema è stato  quello di non aver visto nessuna sessione in cui fosse presente qualche nome del nostro Paese o non aver trovato nessuna comunicazione scientifica fatta da italiani – magari mi sarà sfuggita ma sicuramente il numero non sarà maggiore di 1 -. Eppure il discorso della sanità maschile è stato affrontato nei suoi diversi aspetti: dalla salute dei carcerati alla prevenzione di malattie su cui le donne hanno certamente molto da insegnarci da anni. Anche alcuni aspetti socioeconomici e di azione politica sono stati affrontati con dovizia e comparazioni, ma le politiche governative italiane semplicemente non esistono e spesso il nostro Paese non viene considerato molto interessante nemmeno per i dati statistici. Ma, se posso dire, mi ha davvero sorpreso come i nostri ricercatori non siano riusciti a dire nulla in un simposio internazionale di questo tipo. La ricerca italiana latita o comunque non riesce più ad emergere, a creare discussione, a proporre linee d’azione. Non credo sia un problema di “teste”, ma, come si parlava con qualche collega anche straniero, la ricerca italiana non riesce più ad esistere per mancanza di risorse e sparisce dal panorama mondiale. Forse bisognerebbe davvero iniziare a tirare su il velo su queste cose, perchè l’idea che spesso alberga nella mente dei nostri concittadini è che malgrado tutto, malgrado le difficoltà, gli scienziati italiani siano comune presenti nel panorama internazionale con la loro creatività. Non è così: il mondo scientifico è dominato in mnaiera schiacciante da americani, francesi, tedeschi, spagnoli, russi, con i paesi del medio oriente che stanno lanciando molti ricercatori di talento, gli indiani in forte crescita, i cinesi sempre presenti e che diligentemente prendono appunti e stringono contatti e collaborazioni.

P.S. dopo queste note amare cercherò di ritornare su cosa bolle in pentola nella salute del maschio nel mondo

La Legge Fondamentale della Scienza e della Tecnologia

Riprendo dal sito di Luca De Biase un interessante articolo sulla Legge Fondamentale della Scienza e della Tecnologia scritta dal governo giapponese nel 1995 e, come riporta De Biase:  è fatta di 19 articoli ed è scritta in 4 pagine; è motivata dalla convinzione che lo sviluppo discende dalla ricerca; tra i suoi principi la ricerca è per lo sviluppo sostenibile dell’umanità; prevede la necessità di un impegno bilanciato per le scienze naturali e umanistiche; lo Stato si impegna a promuovere la scienza; il Governo fornisce un resoconto annuale al Parlmento sui risuktati ottenuti in quadro che invita al miglioramento continuo. Di seguito una veloce traduzione dalla versione inglese  non ufficiale presente sul sito del governo giapponese. (altro…)

Cosa vorrei dal nuovo sindaco di Torino

Che cosa vorremmo che facesse il nuovo Sindaco di Torino? Sicuramente meno chiacchiere di quelle che sentiamo in giro e più cose serie sul versante delle innovazioni e delle occasioni che un sistema sviluppato come quello che esiste sotto al Mole potrebbe cogliere. Come ad esempio è successo a Milano dove hanno creato il Centro Internazionale sulla fotonica per l’energia per studiare tecnologie al servizio del fotovoltaico attraverso una sinergia tra la Regione Lombardia, la Fondazione Politecnico di Milano e Pirelli. E dire che anche a Torino esiste un Politecnico di eccellenza, una azienda sicuramente interessata a sviluppare sistemi che rendano disponibile energia come Fiat. La sfida è anche più importante di quella preannunciata per realizzare sistemi fotovoltaici ad elevata efficienza e costi ridotti. Tenendo conto di ciò che si sta sviluppando nei centri di ricerca europei in cui si sta mettendo a punto una metodologia in grado di sfruttare laser ad infrarosso che convoglierebbero fotoni ad alta energia su pannelli speciali fotovoltaici con una resa di circa l’80% di sfruttamento – contro il 40% attuale -  generati da stazioni orbitanti. Un “mercato” apertissimo e dagli sviluppi più che promettenti in cui chi arriva prima dal punto di vista scientifico e tecnologico avrebbe in mano le chiavi per disporre di una fonte energetica pulita ed inesauribile da poter distribuire in ogni parte del globo. Da qui ad immaginare uno sviluppo tecnologico  che impiegherebbe manodopera senza necessità di delocalizzazione il passo è breve. Queste sono le cose che dovremmo chiedere di far sviluppare sul nostro territorio che ne avrebbe le capacità scientifiche e industriali. Questi sono gli impegni che chiediamo siano nei programmi politici di chi dovrà guidare la nostra città, sicuramente fattibili come dimostrato a non più di 150 km di distanza. Finiamola con le chiacchiere e concentriamoci sulle cose serie. Per cortesia

USA: via libera alle staminali embrionali su gravi lesioni del midollo spinale

Il sito del New York Times ci informa che il governo degli Stati Uniti, tramite la FDA, ha dato il via a test clinici sull’uso di cellule staminali embrionali sull’uomo. La sperimentazione di fase 1 sarà condotta iniettando questo tipo di cellule su malati con lesioni gravi al midollo spinale toracico nel tentativo di ripristinare la connessione interrotta tra le cellule. Nello specifico le cellule sarebbero precursori degli oligodendrociti, le cellule che avvolgono, formando un guaina, i prolungamenti delle cellule nervose. Le informazioni che si spera di raccogliere riguardano in questa prima fase soprattutto la sicurezza dell’impiego di queste cellule, oltre ovviamente l’efficacia che comunque in questa prima fase ha un ruolo di secondo piano. Rimangono però ancora oscuri i dettagli della tecnica che, in queste ricerche, sono fondamentali per un commento qualificato da parte della comunità dei ricercatori. Uno dei timori espressi dagli esperti di questa branca è che l’eventuale comparsa di eventi avversi potrebbe diventare controproducente per le successive ricerche. Anche se è da rimarcare come il via libera alla sperimentazione superi un importante blocco che non potrà che essere positivo anche per i futuri sviluppi.

L’ENI investe nella ricerca americana: perchè non in Italia?

Devo ammettere che non ho compreso precisamente la notizia comparsa su IlSole24ORE web, secondo cui sarebbe stato “un buon colpo” quello ottenuto dall’ENI di fronte al Presidente Obama. In sostanza in un incontro del Presidente USA con la Direttrice del Massachusets Institute of Technology (Mit) il miglior progetto presentato sarebbe stato il “Solar Frontiers Research Program”, piano per lo sviluppo di tecnologie solari avanzate, finanziato appunto dall’ENI. Ora è chiaro che la ricerca non ha confini, che lo scambio e l’investimento di intelligenze non deve avere restrizioni, che le nostre Aziende devono giocare un ruolo di primo piano nel panorama mondiale ed altre cose di questo genere, ma mi chiedo quanti finanziamenti l’ENI eroghi alle Università/Politecnici italiani. Anche perchè è notoria la ritrosia estera nell’investire in Italia e non solo nella ricerca e basterebbe ricordare la liquidazione del settore ricerca Glaxo recentemente avvenuto in Veneto. In un momento di difficoltà economiche, che per la ricerca è drammatico e si risolve nella cosiddetta “fuga di cervelli” verso l’estero, sarebbe forse meglio ottimizzare le risorse nel nostro Paese.