La sfida che ogni metropoli si ritrova ad affrontare è quella della diminuzione del consumumo di combustibili fossili con il conseguente miglioramento della qualità dell’aria e della spesa energetica. A questo riguardo è riconosciuto che la pressione maggiore viene esercitata dall’uso privato delle automobili che la gran parte di noi giornalmente usa in maniera massiccia. Il dato è che oggi le nostre città e tutto il nostro sistema di vita sono disegnati in funzione dell’uso di questo mezzo. L’auto stessa rappresenta nella nostra economia urbana torinese un tassello molto importante, anche se molto meno rispetto al passato, e quindi la resistenza a modificare la nostra mobilità a favore di soluzioni che diminuiscano questo tipo di locomozione è grande. Il filone maggiormente in voga tra i nostri amministratori – a dire il vero trasversale a tutti gli schieramenti – rimane quello di pensare che nuove automobili con migliori prestazioni di consumo ed emissioni inquinanti ridotte risolveranno il problema. Sarà così? Continua a leggere »
Come riportato dal sito “Lo Spiffero”, Torino sarebbe stata inserita tra le 19 città che si giocheranno il prestigioso riconoscimento della Commissione Europea per le politiche ambientali. Al di là delle polemiche che ciclicamente ritornano sull’argomento è chiaro che l’assegnazione alla nostra città resta una chimera, se non altro per i risultati che purtroppo si registrano. Non sarebbe certamente elegante indagare sui perchè in passato una serie di veti incrociati non hanno permesso l’ottenimento di risultati migliori, soprattutto è tempo di guardare avanti e di impostare una visione futura che ci permetta di uscire dall’impasse. E proprio guardando al domani sarebbe corretto iniziare a far propria, da parte delle amministrazioni dell’area metropolitana, l’idea che il miglioramento della qualità ambientale non è il risultato di una singola o di un pacchetto limitato di misure, ma di una politica trasversale che permei praticamente tutte le attività amministrative con mano ferma e senza paura di scontentare le diverse corporazioni che a turno minacciano di togliere il consenso politico-elettorale a chi al momento governa l’amministrazione. Parlo di corporazioni perchè in fondo esistono molti più motivi di comprensione e di adesione da parte delle persone rispetto a corporazioni che tentano di risvegliare l’interesse generale su se stesse attraverso la proposizione di veti, e non soltanto in campo ambientale. Continua a leggere »
Certamente è ancora troppo presto. Il nuovo sindaco di Torino non si è ancora insediato e le emergenze che lo tireranno per la “giacchetta” saranno molte: difficile capire cosa Piero Fassino vede affaciandosi sul ponte di comando della nave appena consegnata. Comunque, dalle scarne battute che i giornali riportano dobbiamo segnalare la scomparsa dei temi ambientali dall’agenda delle priorità. E ce ne dispiace. Sapevamo che i maggiori partiti della coalizione considerano i temi dell’ecologia come semplici punti di programma senza particolari urgenze e questa era la differenza che abbiamo proposto agli elettori: pensiamo che proprio attraverso una nuova consapevolezza di questi temi si possa uscire da una crisi tutt’altro che alle spalle. La scomparsa poi di una lista ecologista dal consiglio comunale, poi, non aiuta certo, ma tant’è. Dal nostro punto di vista l’attenzione però non scema e continueremo a incalzare la nuova amministrazione tentando di proporre i contenuti di una “svolta Green” nell’agenda politica cittadina. Da qui ripartiamo, senza sconti. Eh già, sembrava la fine del mondo, ma siamo ancora qua…
Guardando il bellissimo lavoro di due giovani fotografi, Yves Marchand e Romain Meffre, su Detroit, da torinese sono stato percorso da un brivido. Detroit è stata la culla della produzione automobilistica americana, capitale industriale a livello mondiale e sogno per una popolazione che negli anni ’50 diventò la quarta città americana. In circa cinquat’anni ha perso metà della popolazione ed oggi si presenta in molte sue parti come un fantasma, in decomposizione, straordinariamente mummificata. In pratica ciò che la portò allo splendore è oggi causa della sua incredibile decadenza: l’industria automobilistica. Il brivido, per chi vive in una città che è stata invece la culla dell’industria automobilistica italiana ed europea, che ha vissuto importanti fenomeni migratori vedendo la propria popolazione triplicare in pochi anni e poi gradualmente contrarsi è d’obbligo. Continua a leggere »
John Podesta racconta una storia nel suo “l’America del progresso” che dovrebbe far riflettere sulla questione delle primarie di cui si discute negli ultimi tempi specialmente a Torino. Il racconto è ambientato agli inizi del novecento americano tra Bob La Follette, governatore del Wisconsin, riconosciuto campione del progressismo ma di fede repubblicana e Wiliam Jennings Bryan, il “colonnello” senatore democratico – anche se repubblicani e democratici erano certamente meno differenziati di oggi -. Durante un viaggio nel Wisconsin, Bryan aveva chiesto a La Follette a che punto erano alcune leggi ritenute “intelligenti” e decidendo quindi di dargli un aiuto davanti al Congresso degli Stati Uniti. cosa che fece dichiarando di fronte al Congresso stesso che “ lui non temeva che i repubblicani rubassero un’idea ai democratici, ed era disposto senza batter ciglio a lasciar perdere tutte le buone proposte avanzate dal proprio partito se i repubblicani gliele avessero rubate con l’intenzione di trasformarle in leggi”. La Follette racconta poi che il Colonnello Bryan aveva rifiutato di far campagna elelttorale contro di lui alle elezioni del 1902 e che in quell’occasione avrebbe detto: “ Sono interessatissimo alle cose che stai mettendo in atto in Wisconsin e voglio davvero che tu ci riesca, L’esempio del Wisconsin conta ben di più, per il Paese, di qualsiasi vittoria del Partito Democratico nello Stato. Voglio che sia tu a vincere le primarie. Voglio che tu riesca a far passare il tuo programma di riforma della tassazione. E voglio vederti trionfare nella battaglia che stai conducendo contro le grandi società”.
Questa storia della scelta del canidato sindaco per le prossime elezioni amministrative a Torino sta diventando come una delle storie che mio figlio compone per compito in prima media. In sostanza esiste un villaggio in preda ad un sortilegio dopo la morte di un re buono e i cittadini mandano piccioni viaggiatori per reclutare un cavaliere bianco che li liberi dall’incantesimo e riesca a farli vivere felici e contenti. Ma è solo un problema di cavalieri bianchi ed immacolati? Leggendo bene la fiaba è necessario che il cavaliere conosca almeno una formula magica e sia sufficientemente astuto per liberare il villaggio, perchè la sua semplice presenza non basta. Quindi sarebbe meglio se prima di scegliere il cavaliere bianco si stesse a sentire con quale abile astuzia o formula magica il villaggio sarà liberato. Tradotto in linguaggio più prossimo a noi potrebbe essere utile capire quali idee siano necessarie per liberare il nostro villaggio e quindi trovare successivamente il cavaliere bianco più adatto che possa per fattezze ed abilità mettere in pratica queste idee. La sola presenza del nostro eroe, in tempi moderni e complicati, non garantisce un futuro di pace, prosperità e giustizia. O almeno noi appartieniamo a quel clan della favola che se volesse un semplice cavaliere bianco, avrebbe votato dall’altra parte.
Cosa succede nella comunità di immigrati a Torino? Karim Metref, giornalista algerino, ha raccolto cosa bolle in pentola soprattutto per ciò che riguarda gli immigrati di prima generazione, cioè quelli che ormai sono entrati nel tessuto sociale della città, hanno la cittadinanza italiana, lavorano e in alcuni casi partecipano ormai anche alla vita politica. Bene stanno semplicemente pensando di andarsene, di trasferirsi in altri paesi dove gli ammortizzatori sociali funzionano meglio e le possibilità di lavoro sono migliori. Per capirci Germania, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Canada. Vendono le loro case, estinguono i mutui e vanno via, con i loro figli che stanno per laurearsi e sperano di investire la loro formazione dove maggiormente richiesta. Le ragioni sono diverse e sembra che stia pesando in maniera importante anche l’atomosfera di xenofobia che si sta diffondendo. Tutto ciò potrebbe far felice qualche leghista di ritorno, ma il problema viene chiarito proprio da Metref: “spariti i “vecchi” immigrati culturalmente e socialmente ben inseriti, sarebbe come tornare agli anni novanta, ma con leggi più repressive. Solo immigrati che conoscono poco la lingua e il paese, e che hanno pochi diritti. Un vivaio di manodopera a basso costo, indifesa e da sfruttare a volontà”. Ecco quindi il problema “di ritorno”, rtenendo conto del fatto che questo tipo di immigrazione per forza di cose, e con buona pace delle camicie verdi, non demorderà dal tentare fortuna anche nella nostra città. Una politica che taglia l’erba sotto i piedi della prima generazione di immigrati ormai stabilmente integrati – e che magari svolgono lavori poco appetibili per i nativi – con figli che hanno avuto anche accesso a formazione di buon livello e che potrebbero aiutare a far crescere la ricchezza delle nostre aree è davvero la manna da tutti attesa? O magari è necessario ragionare su questo segmento di popolazione che svolge un’importante funzione sociale cercando anche di attrarre le intelligenze ed i cervelli più disposti anche a creare innovazione e crescita tecnologica come ad esempio accade negli Stati Uniti? Bisogna iniziare a leggere anche la nostra realtà in maniera più precisa e fuori da furori ideologici per cercare di far crescere in maniera utile la nostra città.
Leggiucchiando qua e là, scopriamo che sono state fatte le nomine nelle diverse aziende torinesi da GTT a seguire. Non c’è molto di nuovo e per la maggior parte, eccezion fatta per Fabrizio Gatti e pochi altri, si respira aria da ricircolo. Nessun colpo di reni o spericolate innovazioni. Se indubbiamente mantenere chi ben ha operato e possiede esperienza può essere positivo, il rinnovamento politico e generazionale nella gestione della cosa pubblica non inizierà certamente da qui.
Visti gli esordi della discussione sulle prossime elezioni amministrative che si terranno anche a Torino, credo sia necessario iniziare a pensare, parafrasando Lester Brown, ad un vero e proprio PIANO B. Registrando infatti le diverse proposte sui nomi, bisognerebbe iniziare a rendere esplicite le politiche da intraprendere per la nostra città. In sostanza chiedere ai futuri amministratori cosa vogliono fare, spiegare più chiaramente quali sono le soluzioni intraviste, aiutare i cittadini a leggere tra i documenti programmatici un pensiero che colleghi impegni, azioni risultati senza dividere gli uni dagli altri e prendendo i cinque anni del prossimo mandato come dimensione temporale a cui riferirsi. Nel nostro piccolo PIANO B siamo arrivati alla conclusione che non è più sufficiente inserire qua e là alcune strisce verdi, apporre alcuni post it ambientali tra le pagine dei programmi che all’ulltimo minuto verranno lanciati e sicuramente poco letti dai cittadini. Noi pensiamo che un progresso ambientale possa diventare la chiave per combattere la disoccupazione, il degrado di alcune aree della nostra città, la perdita di risorse e tempo dato dall’attuale sistema di trasporto, lo stato di benessere dei cittadini della nostra città. La buona notizia è che esistono già gli strumenti scientifici, industriali e politici per arrivare a tutto ciò. Ciò che manca è la volontà politica. Il filo guida potrebbe essere la conquista del ben-essere dei torinesi. Un ben-essere che ha molte facce. Torino, come altre città, continua ad essere piagata dalla scarsità di lavoro: perchè non rendere la nostra città la capitale delle tecnologie sostenibili? Abbiamo strade, aree industriali, capacità di lavoro ad alti livelli ma continuiamo ad incaponirci sullo sviluppo di produzioni mature che non potranno pensare di espandersi. Perchè non orientiamo la nostra politica occupazionale sulla costruzione di tecnologie verdi facendo di Torino la capitale della produzione di tecnologie al servizio dell’ambiente? Abbiamo un prestigioso Politecnico all’avanguardia in europa: perchè non farlo diventare il miglior centro di formazione e studio a livello internazionale delle produzioni verdi? Siamo all’avanguardia nel settore sanitario: perchè non impegnarci a costruire un polo di studio, ricerca e cura sugli impatti che l’ambiente provoca sulla nostra salute? Abbiamo una grande esperienza sulle politiche pubbliche nella gestione di beni comuni come l’acqua sia dal punto di vista amministrativo che tecnologico: perchè non diventare il centro europeo dell’acqua dove si studiano e costruiscono le tecnologie per la gestione di questo bene diventando centro di riferimento internazionale? I nostri Enti sono voraci consumatori di energia, mezzi per spostamento, carta, computer, plastica e via discorrendo. Ma sono ancora tiepidi nell’autoregolamentarsi secondo parametri di acquisto “greener” e non è una questione di maggiori costi, ma di volontà politica. Se tutto ciò che è amministrazione pubblica scegliesse in maniera decisa il proprio consumo secondo parametri sostenibili, si verrebbe a creare un mercato di prodotti a basso impatto che non potrà che vedere l’insediamento di nuovi soggetti produttivi pronti a soddisfare tale richiesta mediante una filiera più corta. E dove il lavoro buono si sviluppa aumenta anche la sicurezza perchè, come ci hanno dimostrato le democrazie del nord europa, la sicurezza sociale e la crescita economica si stimolano a vicenda.
L’economia verde non serve solo al minor impatto ambientale, ma anche a creare nuovi posti di lavoro di qualità e poco delocalizzabili all’estero, a rimettere in moto l’economia. Significa creare lavoro, economia, risparmio per i cittadini e migliramento della loro qualità di vita. Non, come molti vorrebbero far credere, a ritornare al medioevo. Ma ci torneremo ancora…





