giu 102019
 

sua-maesta ”A conti fatti, nessuno di noi manderebbe un paziente in analisi da Khan, ma quanti di noi, invece, sono rimasti clinicamente toccati dalle sue grandi intuizioni, in particolare sul trauma cumulativo, sul carattere schizoide e sulle perversioni? Con equilibrio e sensibilità, Gazzillo e Silvestri avvicinano il lettore a un’opera importante, illuminando i particolari più inquietanti della biografia dell’autore, ma senza rimanere vittime di derive puritane o di uno zelo politically correct. Il progetto di tenere insieme la vita e le opere al tempo stesso tenendole separate, sembra riuscito” (dalla prefazione al volume).

La teoria di Khan, come la sua vita, sembra dedicata a ricercare proprio quei luoghi e quei modi dell’esperienza che rendano possibile la scoperta del sé e la’ttualizzazione delle proprie “nozioni di sé”: spazi potenziali al confine tra il sé e il non sé, luoghi in cui questa distanza temporanemanete di colma. La presenza di un altro, testimone incarnato e silenzioso, assertivo e permissivo, lo spazio onirico e il restare oziosi rappresentano condizioni che dispongono al contatto creativo con la voce più intima e nascosta dell’uomo” (Sua maestà Masud Khan, p.197)

giu 092019
 

kristeva” Dirò che l’ascolto freudiano dell’inconscio ha permesso di pensare la trascendenza (…) come immanente all’essere parlante. Come un’irriducibile alterità che ci abita (…). La psicoanalisi ha scoperto soprattutto che c’é dell’altro: l’altro che mi fa parlare, che investo e da cui mi separo, per amore-e-odio, un’estraneità in me che mi altera, che mi “trascende” e che sarà chiamata Inconscio; e ciò che mi invita a considerare ogni persona nella sua irriducibile alterità: “ogni io é un altro”.”

“Benchè nessuna delle mie parole sia degna di fede, parlo perché qualcuno mi ha parlato e ascoltato (…) Poiché credo, parlo; non parlerei se non credessi; credere a quel che dico, e persistere nel dire, deriva dalla capacità di credere nell’Altro, e non certo dall’esperienza esistenziale, necessariamente deludente.”

 

 

giu 082019
 

weitz

 ”Weimar é ancor sempre presente, ma il suo profondo significato non si può coglierlo nelle sparate senza senso in cui ci si imbatte facilmente sui vari siti web. Weimar é, invece, un chiaro esempio di fragilità della democrazia e un severo avvertimento, tutt’ora valido a distanza di cent’anni dalla rivoluzione e dall’istituzione della repubblica, di ciò che può accadere quando le persone e le istituzioni di una democrazia sono oggetto di attacchi incessanti e spesso brutali; allorchè la politica diventa una guerra per l’assoluto dominio di una parte in causa; quando certi gruppi sono platealmente condannati ed emarginati; quando i conservatori tradizionali vengono a patti con la destra estremista e razzista, conferendole una legittimazione che non sarebbe certo in grado di conquistarsi autonomamente. Le gradi realizzazioni di Weimar, la sua democrazia, la sua vivacità culturale, l’apertura alle diverse sessualità, le riforme sociali, erano esattamente l’oggetto degli odi della destra. Queste realizzazioni vanno riconosciute e celebrate a cento anni di distanza. In caso contrario, si consentirebbe ai nemici della democrazia e del progresso di modellare il passato a loro uso e consumo; gli si riconoscerebbe una vittoria  postuma”. (Eric D. Weitz, dalla prefazione al volume).

mag 252019
 

inconscio

E’ esistito un tempo in cui la parola “inconscio” non veniva immediatamente associata alla figura di Sigmund Freud. Lo stesso padre della psicoanalisi riconosce, in diversi passi della propria opera, il suo debito verso altre figure nel rinvenimento di questo mondo non immeditamente (e direttamente) conoscibile. In tempi di prevalenza neuroscientifica che sembra limitare nei fatti il concetto di inconscio ai circuiti del nostro apparato neurale, riscoprire le radici filosofiche da cui prende l’abbrivio il pensiero di Freud credo sia fondamentale sia per il pensiero psicoanalitico come per quello delle neuroscienze. Ripercorrendo la genesi della “scoperta” freudiana non possiamo, ad esempio, non considerare i rapporti del Maestro con Brentano del quale seguì i corsi universitari e che la critica ha trattato in due modalità: una passione passeggera non particolarmente rilevante del giovane Sigmund ovvero il necessario rinnegamento dell’opera del filosofo come condizione possibile per pensare l’inconscio. L’opera di Michele Di Martino prende le mosse proprio dalle riflessioni del dibattito sull’inconscio che fu uno dei temi maggiormente presente di buona parte delle filosofie del XIX secolo per arrivare al problema dell’inconscio nella fenomenologia di Husserl. E tenere a mente anche il contributo filosofico delle indagini sull’inconscio in tempi di riduzionismo scientifico, credo sia uno strumento di non poco conto nella nostra cassetta degli attrezzi analitica.

gen 052019
 

tempo-degli

Il racconto appassionante dell’intreccio delle vite di quattro giganti della filosofia negli anni tra il 1919 e il 1929 – Wittgenstein, Heidegger, Benjamin, Cassirer – protagonisti di una rivoluzione che ha cambiato il nostro modo di pensare.

“La sfida specifica che i giovani filosofi si trovano a fronteggiare nell’anno 1919 si può riassumere anche così: si tratta di fondare, per sé e per la propria generazione, un progetto di vita che si muova al di fuori della “gabbia” di “destino e carattere”. Sul piano concretamente biografico, ciò significa tentare di evadere dagli schemi fino alloradominanti (famiglia, religione, nazione, capitalismo). E in secondo luogo trovare un modello di esistenza che permetta di metabolizzare l’intensità dell’esperienza bellica, trasferendola nell’ambito del pensiero e dell’esisteza quoridiana. Benjamin persegue il rinnovamento con i mezzi romantici di una critica totale e dinamizzante. Wittgenstein mira, per così dire, a portare nella vita quotidiana quella perfetta pacificazione mistica e quella conciliazione col mondo di cui ha fatto esperienza nei momenti di angoscia estrema di fronte alla morte. Il compito che Heidegger intende affrontare  nella situazione in cui si trova nel 1919 si potrebbe descrivere così: (…) cerca un modus vivendi che gli permetta di conciliare  l’intensità dell’esperienza bellica – che presenta per lui sostanziali analogie con l’intensità del pensare – con l’apirazione irrimunciabile alla quotidianità. (…) Per mantenere questa fedeltà – l’unica che gli interessi nella vita – ha bisogno soprattutto di una cosa: di essere libero. Nel pensiero. Nell’agire. Nell’amore. A partire dalla primavera del 1919 Heidegger incomincia a spezzare definitivamente le vecchie catene: del cattolicesimo come sistema, della casa paterna, del matromonio e della fenomenologia di Husserl. (…) il pensiero diCassirer, invece – seguendo in questo le sue due eterne stelle polari,Kant e Goethe -, preferisce evitare l’ipotesi di un “nocciolo” sostanziale in cui consisterebbe la vera identità di un individuo. (…). Questo ideale si riassume per Cassirer in una semplice formula: mostrarsi il più possibile autonomi.  Ossia: coltivare per sé e per gli altri forme ed attitudini che permettano di plasmare attivamente la propria vita, anziché subirla passivamente come qualcosa di fatale.

 

 

gen 022019
 

christopherbollas1

(…)  Sebbene tutti condividiamo elementi della personalità, e viviamo in gruppi abbastanza riconoscibili per disposizione (nevrotici, borderline, psicotici), questi elementi e categorie universali non descrivono il soggetto umano. Essi sono rivolti all’intera razza umana, ma il soggetto umano è presente in una precisa organizzazione di questi elementi e vive attraverso l’elaborazione idiomatica del Sé e degli altri. La psicoanalisi è particolarmente adatta all’analisi e alla facilitazione dell’idioma del vero Sé perchè l’analista, che “fornisce” al paziente un campo di oggetti (elementi della personalità dell’analista, elementi della procedura psicoanalitica, elementi di concetti psicoanalitici), crea un universo di oggetti talora osservabili nel quale il paziente si muove. Usando e organizzando gli oggetti, il paziente può vivere il vero Sé in queste esperienze. Questa forma di vita, però, non può essere raccolta in un contenuto narrativo. Il vero Sé  non può essere descritto completamente. Non somiglia tanto all’articolazione dei significati in parole che consentono di isolare un’unità di significato, come nella localizzazione di un significante, quanto al moto della musica sinfonica. Ma anche questa analogia non fa giustizia all’effimera formazione dell’esperienza del vero Sé. Ognuno inizia una vita con un vero Sé. E’ un potenziale ereditario che viene alla luce in seguito alle stimolazioni dell’esperienza. Ogni individuo è unico e il vero Sé è un idioma organizzativo che cerca il suo mondo personale attraverso l’uso dell’oggetto. Quando il soggetto vede un campo potenziale di oggetti, vede oggetti che gli interessano e questa procedura esige l’inconsapevole rifiuto di alcuni oggetti a favore degli oggetti del desiderio. Ciò avviene sia che il soggetto cerchi un partner, curiosi in una libreria o ascolti una sinfonia. La presenza dell’oggetto fa emergere il desiderio. In questo caso il desiderio è la spinta all’uso attivo dell’oggetto, sia che si tratti di amare l’oggetto, leggere l’oggetto o ascoltare l’oggetto. Se intendiamo oggetti nel senso più vasto di fenomeni dotati di una certa localizzazione, che possono essere trovati e catalizzare una certa esperienza, potremmo teoricamente descrivere il percorso del vero Sé rispecchato nella scelta soggettiva e nell’uso degli oggetti. Qui potremmo comprendere gli oggetti culturali, umani, materiale e così via.

La vita viene modellata talora come un’estetica, una forma rivelata dal modo di essere delle persone. Penso che esista una spinta specifica a modellare la vita, e la pulsione del destino è l’ininterrotto tentativo di scegliere e usare gli oggetti per dare un’espressione vissuta al vero Sé. Forse la creatività è il talento di articolare l’idioma. Se un individuo continua ad essere e a sentirsi sincero con se stesso ( ma non per compiacenza) ed è sorpreso dalla continua elaborazione del suo Sé, allora questa persona compie il proprio destino. Naturalmente in certi momenti della vita a tutti capita di bloccarsi e alcuni, purtroppo, restano bloccati per tutta la vita, forse a causa di circostanze psicologiche, familiari, culturali o politiche. Il grave ritardo del vero Sé relativo, per esempio, all’imprigionamento di un nero africano in Sudafrica, non necessita di una soluzione psicoanalitica clinica, ma di una soluzione politica a un problema politico. Se un bambino viene costretto a sequestrare e tenere il suo vero Sé, come ha detto Winnicott, da adulto potrà forse avere bisogno della psicoanalisi.

L’analizzando potrà creare e ricreare a lungo nel transfert e nel controtansfert il mondo oggettuale che ha precluso l’elaborazione del vero Sé. Così l’analizzando continuerà ad ispirare la mente della madre nell’analista, che potrà ripetere per anni l’interpretazione. Oppure l’analizzando scinderà e identificherà proiettivamente gli elementi del vero Sé, e quindi avrà un nucleo interiore danneggiato, incapace di trovare il vero senso della vita. L’analista potrà dedicare molto tempo alla riparazione della localizzazione del vero Sé dell’analizzando (ciò significa permettere al paziente di trovare una specie di “senso interno” o “senso di intuizione).

Ho scoperto, però, anche nel pieno della creazione del mondo oggettuale dell’analizzando, quando vengo usato per entrare a far parte del suo teatro, che l’analizzando progressivamente mi usa in modi diversi. Oppure spesso fa di me più usi simultanei. Il paziente usa occasionalmente elementi della mia  personalità, per usi specifici momentanei, per forgiare il proprio Sé dall’esperienza. Sento che un uso di me viene seguito da un altro uso, in una progressione di usi, senza che questa dialettica psichica si trasformi in una storia. Mentre ciò avviene penso di essere usato come oggetto dal vero Sé del paziente che tenta di articolare ed elaborare il suo idioma. E’ un uso inconsapevole di me, ma non nel senso della spietatezza, espressione dell’avidità o della spinta cannibalistica. Ho invece spesso la sensazione del piacere di essere usato e dell’essere utile. Mi sento così anche quando i miei figli, o uno studente all’università, mi cercano per discutere un’idea su cui stanno lavorando.

Cosa sono le forze del destino? Come sosteneva Freud, esiste un destino somatico che costituisce non solo il fato degli istinti ma la malattia e la morte potenziale di ciascuno. Esiste anche la forza del potenziale del vero Sé che a mio parere diventa la spinta ad articolare il proprio idioma. Esiste la forza della dialettica madre-bambino che diventa parte della struttura dell’Io, una logica che informa parzialmente il fato delle scelte oggettuali e delle esperienze umane. Diventiamo i portatori del nostro destino? Almeno in parte tutti noi abbiamo la sensazione di come non abbiamo articolato aspetti del nostro idioma. Penso, per esempio,  che il mio vero talento forse risiedeva nella composizione musicale, ma non so suonare alcuno strumento. Il fato e la non disponibilità di oggetti forse hanno contribuito a questa mancata articolazione. Ma so anche che non c’è nulla “in me” che possa trovare la propria articolazione nell’essere un ingegnere o un esperto di informatica. Da ragazzo giocavo a baseball e fui tentato dall’idea del professionismo e mantengo ancora una specie di rapporto da “arto fantasma” con quel Sé futuro (di giocatore professionista) che non sono mai diventato. Sento ancora le tracce dei gesti delle esperienze del mio Sé corporeo in un futuro che non si è mai materializzato e sento la mancanza di questa estensione di me stesso.

(…) Il piacere di amare e di essere amati non è forse la realizzazione di essere veramente conosciuti? In un certo senso, non è forse più importante essere conosciuti che amati dall’altro, se per amore intendiamo l’intensità di sensazioni che si riscontra quando due persone si innamorano? E questo atto di innamorarsi non è forse una specie  di affetto profondo per l’idioma dell’altro? Per il modo in cui si muove, sorride, parla, esprime i propri sentimenti? Quando si è innamorati non sono proprio le caratteristiche meno evidenti dell’altro che sono importanti? Il modo in cui usa le mani per gestire, il modo in cui dispone gli oggetti quotidiani, il modo in cui guarda il mondo in modi poco vistosi ma ben definiti? In altre parole, amare ed essere amati è un atto di profonda conoscenza ed apprezzamento, anche se buona parte di questa conoscenza resiste alla trasformazione in parole. I neonati, i bambini, gli adolescenti e gli adulti hanno bisogno di questo tipo di amore per compiere il destino in quanto articolazione del loro potenziale interiore. Una madre ama la natura precisa del suo bambino e lavora per incontrare quell’idioma, per dare al bambino ciò di cui ha bisogno per essere se stesso. La cura materna è quindi una conoscenza che è un atto d’amore e il fatto che il bambino abbia un destino o un fato dipende, secondo me, dalla capacità della madre di amare il bambino in modo consapevole.

(…) La spinta all’elaborazione del vero Sé, quindi, porta il soggetto nel mondo degli oggetti, che sono una parte fondamentale dell’elaborazione potenziale del vero Sé. Se pensiamo alla psicoanalisi, possiamo dire che quando l’analizzando usa elementi della personalità dell’analista atrtaverso i quali muovere ed articolare un potenziale, l’abilità dell’analista costituisce un percorso significativo per l’articolazione del Sé del paziente. Una delle forze del destino nella psiconalisi, quindi, ha sede nell’uso intelligente dell’analista, che gli permette di entrare a far parte dell’elaborazione  del vero Sé dell’analizzando.

Christopher Bollas, (1989) Forze del destino.

mag 252018
 

vallinotto-matti

 

Esiste una fotografia che è diventata uno spartiacque nella storia della psichiatria italiana e più specificamente torinese.  Non tutti la conoscono perchè, ancora oggi, suscita un’emozione forte anche nell’epoca in cui pensavamo di aver visto oramai tutto. La storia viene riproposta nella recente mostra “Matti, dall’emarginazione all’integrazione a 40 anni dalla Legge Basaglia” allestita a Rivalta nel castello degli Orsini segnalatami dall’amico Nicola de Ruggiero sindaco di Rivalta. La foto di Mauro Vallinotto fu pubblicata nel paginone centrale dell’Espresso del 26 luglio 1970 e si riferiva al manicomio per bambini di Villa Azzurra di Grugliasco, sempre nella cintura torinese. Raccontano che dopo poche ore dalla pubblicazione, Carabinieri e Magistrato arrivarono a Villa Azzurra iniziando il percorso che portò alla chiusura del manicomio dei bambini e successivamente di tutta la struttura. Molti si sono esercitati anche meritoriamente nella ricerca di significati più o meno nascosti di questa immagine, di trovarne un senso che potesse essere compreso dalla mente di ognuno di noi mentre guardavamo una bambina classificata “senza” una mente. A tanti anni di distanza credo sia ancora importante e necessario riuscire a guardare questa foto, meglio forse senza commentarla o cercarne un racconto. Come se non ci fosse un prima o un dopo.

Il 19 settembre 1978, a pochi mesi dall’approvazione della stessa legge 180, Franca Ongaro (moglie di Basaglia), scriveva: «Il 13 maggio non si è stabilito per legge che il disagio psichico non esiste più in Italia, ma si è stabilito che in Italia non si dovrà rispondere mai più al disagio psichico con l’internamento e con la segregazione. Il che non significa che basterà rispedire a casa le persone con la loro angoscia e la loro sofferenza».

mar 252018
 
fornariguerra

“L’esperienza clinica insegna che quando una realtà distruttiva viene coperta da simboli d’amore esiste la possibilità che ciò costituisca una operazione destinata a coprire profonde angosce depressive o persecutive e che tale occultamento abbia in sé grande probabilità di predisporre colui che lo fa a distorsioni gravi nell’esame di realtà e quindi a non trovarsi nelle condizioni di poter prevedere correttamente le conseguenze possibili dei suoi atti.”

Franco Fornari, Psicoanalisi della guerra