Dorino Piras

La Salute, l'Ambiente, il Lavoro

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Capire il lavoro nella sanità è costruire un nuovo Paese

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In tempi di spending review il lavoro sanitario è certamente uno degli argomenti su cui si esercitano esperti di ogni caratura con soluzioni talvolta fantasiose. Tagli lineari di miliardi di euro sono annunciati in ogni dove mediatico incontrando resistenze e plausi spesso acritici o semplicemente esasperati dalle diverse esperienze di buona o cattiva prestazione sanitaria ricevuta nella vita di ognuno. In pochi, però, arrivano a capire l’organizzazione della diagnosi e cura che oggigiorno si trova ad affrontare le nuove esigenze dei cittadini che ricorrono ai servizi ospedalieri o di base. Compreso chi dovrebbe governare il sistema a livello regionale o di azienda sanitaria. Senza addentrarsi in analisi poco adatte a questa piccola nota, molti pensano il lavoro sanitario  come quello di una fabbrica nella quale i diversi lavoratori, nella diversità delle competenze, eseguono fondamentalmente tutti il medesimo compito e ogni unità lavorativa esegue da solo tutti i passi per fabbricare un oggetto. Con questa logica la produzione dell’oggetto sarà funzione del semplice numero di lavoratori il cui contributo sarà la divisione del numero di oggetti prodotti per il numero degli stessi lavoratori. Potremo quindi modulare il semplice numero dei lavoratori per ottenere maggiore o minore produzione o fare in modo che ogni lavoratore produca più velocemente l’oggetto in questione riducendo il tempo di fabbricazione. Ma il sistema delle cure appartiene ad un altro tipo di “fabbrica”. In questo diverso laboratorio ogni singola persona svolge un compito differente, una parte del lavoro finale e per fabbricare anche un unico oggetto i lavoratori devono per forza cooperare. Questa divisione del lavoro è già economicamente più efficiente in quanto la specializzazione permette a ciascuna unità lavorativa di diventare molto esperto in un determinato compito e di portare al massimo, appunto, l’efficienza lavorativa. In questo caso, però, cambiando il numero dei lavoratori – in più o in meno – non si assiste ad una modificazione del prodotto finale in percentuale al numero delle persone che vengono aggiunte o tolte. Paradossalmente, aggiungere o diminuire il personale potrebbe portare allo stesso risultato finale non prevedibile: aggiungere nuove figure lavorative potrebbe portare sia ad un miglioramento che ad un peggioramento se si interferisse con il flusso di lavoro. Questo è quello che succede nell’organizzazione sanitaria: la correttezza – ed anche il numero – delle prestazioni dipende più dall’organizzazione e dalla sapiente miscela dele conoscenze tra le diverse parti più che dal loro numero. Se inoltre inserirete in tutto questo le parole merito, preparazione, capacità di collaborazione, inventiva, capacità di innovazione, ricerca, è possibile che abbiate le chiavi per costruire non solo una nuova organizzazione sanitaria più efficace e con costi minori, ma un Paese diverso all’altezza di sfide più complicate.

Grecia: la mortalità infantile aumenta del 43% secondo Lancet

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Se uno Stato va in bancarotta come sarà la salute dei suoi cittadini? E se rifiuta i diktat dei creditori internazionali sui tagli del servizio sanitario cambierà qualcosa? La risposta ci arriva da uno studio pubblicato a febbraio sulla forse più prestigiosa al mondo rivista medico-scientifica “Lancet” compilato da ricercatori delle università inglesi di Cambridge ed Oxford. Mentre la risposta alla prima domanda appare più prevedibile, la seconda è tutt’altro che scontata. Ma andiamo per ordine.

I ricercatori hanno preso in considerazione i dati provenienti dalla Grecia di cui tutti conosciamo la parabola economica recente e che certamente non può pensarsi come culturalmente diversa dalla Francia o dalla Germania. I risultati sono stati davvero al di là delle attese: la mortalità infantile è raddoppiata con un aumento dei bambini sottopeso alla nascita di quasi il 20%, cifra pari a quella dei bambini nati morti. La situazione è così grave  per le persone affette da malattie croniche gravi come ad esempio il diabete che spendono tutte le loro risorse solo per comprare cibo oppure l’insulina per sopravvivere. Il taglio delle forniture di siringhe monouso ha poi fatto impennare le infezioni da AIDS da 15 a quasi 500 in tre anni.

Ma se in Grecia questa è la situazione imposta dalla Troika europea che ha obbligato al dimezzamento del bilancio del Servizio Sanitario, i ricercatori britannici hanno scovato un vero e proprio caso “di scuola” dove le cose sono andate diversamente grazie alle decisioni politiche prese in controtendenza, o meglio in speculare contrasto rispetto alla Banca Centrale Europea o al Fondo Monetario. Infatti ci eravamo dimenticati della feroce crisi economico-finanziaria che qualche anno orsono aveva colpito l’Islanda, che invece aveva duramente respinto le misure dettate dai creditori internazionali e dal fondo monetario – pur ricordando che Rejkyavik non fa parte dell’Unione Europea. Gl islandesi,, così come i finlandesi, attraverso un durissimo ma solidaristico piano di sacrifici scelti attraverso la condivisione popolare ma soprattutto concentrando i tagli in altri settori , hanno compensato gli effetti nocivi della crisi sulla salute delle loro popolazioni, non  facendo registrare particolari scostamenti sulla mortalità infantile e altri parametri riferiti alle patologie più gravi.

Qui puoi scaricare l’articolo di Lancet

Le distrazioni della politica sulla Sanità

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Esiste una certa distrazione sui temi delle politiche del Sistema Sanitario. Tutta la discussione sembra concentrarsi ad esempio sui cosiddetti “costi standard”, lasciando in un cono d’ombra i fatti e le trasformazioni che il sistema salute sta affrontando nel più profondo silenzio. In realtà chi si occupa di sanità ad ogni livello, sente come necessario concentrarsi su temi quali la geografia dei servizi (cosa fare e dove farlo), le priorità di intervento, il raggiungimento dell’equità nella distribuzione dei benefici sanitari e via discorrendo. Ad aggravare questa tendenza ci si mette una malattia endemicamente presente nel nostro Paese: si dibatte su dati non più attuali quando non clamorosamente errati. Se ad esempio l’invecchiamento della popolazione italiana è un trend di clamoroso impatto ciò non si è però tradotto in un aumento dell’ospedalizzazione; oppure il tasso di crescita della spesa sanitaria degli ultimi anni non registra aumenti preoccupanti. La discussione politica non sembra quindi davvero accorgersi di cosa stia effettivamente accadendo nei luoghi di diagnosi e cura. In questo modo problemi come la trasformazione delle risposte all’utenza legate all’accorpamento delle aziende, l’approssimazione nella capacità di governo pubblico dei problemi delle persone non autosufficienti, la stessa trasformazione della classe medica con una, peraltro positiva, femminilizzazione della dirigenza sanitaria cui non corrisponde un allineamento delle retribuzioni rispetto all’altro sesso, sono relegati a curiosità poco appetibili per i media nostrani e a poca consapevolezza del decisore politico. La mancanza di attenzione alle reali dinamiche presenti all’interno del sistema sanitario non potrà certo allinearsi con risposte moderne, efficienti e soprattutto efficaci che il normale cittadino richiede a fronte di un impegno finanziario diretto (tasse) o indiretto (pagamento in proprio di prestazioni non assicurate dal sistema) e come garanzia indicata dalla nostra stessa Costituzione

La sanità privata non cresce dove crolla quella pubblica

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Nell’attuale discussione sui modelli di organizzazione dei servizi sanitari, l’ultimo rapporto OASI fornisce alcuni dati che sembrano in contraddizione con alcune semplificazioni presenti nel dibattito politico. Una di queste riguarda i rapporti tra sanità privata e pubblica.  In sostanza spesso si è portati a pensare che lo sviluppo della sanità privata sia legata al malfunzionamento della sanità pubblica: “si tratta dell’idea che i differenziali tra regioni nella spesa privata siano essenzialmente il risultato dei gap nel funzionamento dei sistemi pubblici, in termini di quantità e qualità dei servizi offerti”, come rileva il rapporto. In realtà i dati ci dicono che alla diminuzione dei tassi di crescita della sanità pubblica non è corrisposto un aumento della spesa privata, sia pagata direttamente dal portafoglio del cittadino, sia intermediata dallo Stato. I privati, quindi, non hanno aumentato la produzione di beni e servizi a fronte della diminuzione del pubblico. La conclusione è che la spesa di consumo di sanità privata è in realtà strettamente legata all’andamento del reddito generale. Da ciò discende un rischio che viene sempre più sottolineato dagli economisti sanitari: quello dell’”under treatment” o più comunemente del mancato o insufficiente trattamento di determinati problemi sanitari della popolazione. Soprattutto nelle regioni sottoposte a piani di rientro imposti dall’amministrazione centrale statale – come ad esempio il Piemonte -, si verifica un mancato trattamento di problemi che storicamente non trovare risposte sufficienti nella struttura pubblica, come ad esempio le cure odontoiatriche, la riabilitazione fisica, la non autosufficienza. Per essere più chiari la mancata cura dei denti nel pubblico non sta aumentando le cure a livello privato, assistendosi quindi all’under treatment, sotto-trattamento o mancato trattamento delle malattie odontoiatriche con peggioramenti nella salute delle persone (si pensi a cosa porta la mancata capacità negli anziani di assumere determinati alimenti). Pensare ad una diversa organizzazione sanitaria significa quindi porre anche la dovuta attenzione a questi fenomeni, stando attenti a considerare la crescente fascia di famiglie che elimina o allunga i tempi di risposte sanitarie con un successivo aggravio delle condizioni di salute ed un maggior costo sociale successivo

Sanità e Investimenti

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In sanità è implicita la necessità di un progressivo ripensamento dei servizi in cui è articolato il sistema per due motivi principali: la trasformazione del quadro epidemiologico (età, capacità di cura delle malattie e via discorrendo) e i problemi economici con fasi ormai cicliche di recessione e espansione. Questa riorganizzazione deve agire con modifiche strutturali, rimodulazione degli spazi in cui opera la diagnosi e la cura, investimenti di riqualificazione. Se questo ripensamento viene meno cosa succede? Si verifica un paradosso: l’abbattimento degli investimenti nelle tecnologie e nelle infrastrutture si risolverà in una vera e propria ipoteca sul futuro, perché verrà contratto un debito sommerso che emergerà nel tempo. In sostanza risulterà sempre più chiaro l’invecchiamento e la non usabilità sia delle strutture che delle tecnologie usate dal Sistema Sanitario Nazionale. Non ripensare ed investire oggi nel sistema di diagnosi e cura vuol dire rompere la sostenibilità futura, oltre al fatto che non è possibile sviluppare nuove modalità di servizio lasciando invariate le attuali strutture