Dorino Piras

La Salute, l'Ambiente, il Lavoro

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Cure tempestive di salute mentale nel Covid-19: Lancet Psychiatry.

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In questo articolo pubblicato su “The Lancet – Psychiatry” del 1 marzo 2020, si sottolinea come, nonostante si riscontrino comunemente  problemi e disturbi di salute mentale tra pazienti e operatori sanitari, la maggior parte dei sanitari che lavorano in unità di isolamento e ospedali non ricevono alcuna formazione per fornire assistenza per ciò che attiene la salute mentale. Gli Autori insistono sulla necessità di sviluppare urgentemente una tempestiva assistenza sanitaria rivolta ai disturbi mentali. Alcuni metodi utilizzati nell’epidemia di SARS potrebbero essere utilizzati per la risposta all’epidemia di 2019-nCoV. In primo luogo, i team multidisciplinari di salute mentale istituiti dalle autorità sanitarie a livello regionale e nazionale (inclusi psichiatri, infermieri psichiatrici, psicologi clinici e altri operatori della salute mentale) dovrebbero fornire supporto al benessere mentale di pazienti e  operatori sanitari. Dovrebbero essere previsti trattamenti psichiatrici specializzati e adeguati servizi e strutture per i pazienti con comorbilità psicologiche. In secondo luogo, una comunicazione chiara con aggiornamenti regolari e accurati sull’epidemia 2019-nCoV dovrebbe essere fornita agil operatori ed ai pazienti al fine di affrontare il loro senso di incertezza e paura. Piani di trattamento, rapporti sui progressi e aggiornamenti sullo stato di salute devono essere forniti sia ai pazienti che alle loro famiglie. In terzo luogo, dovrebbero essere istituiti servizi sicuri per fornire consulenza psicologica utilizzando dispositivi e applicazioni elettronici (come smartphone e chat) per i pazienti affetti e le loro famiglie. L’uso di canali di comunicazione sicuri tra pazienti e famiglie, come la comunicazione tramite smartphone e chat, dovrebbe essere incoraggiato per ridurre l’isolamento. In quarto luogo, i pazienti sospetti e affetti da Covid-19, nonché i professionisti della salute che lavorano negli ospedali e che si occupano di pazienti infetti dovrebbero ricevere regolari screening clinici per depressione, ansia e ideazione anticonservativa da parte di specialisti in patologie mentali. Dovrebbero essere previsti trattamenti psichiatrici tempestivi per coloro che presentano problemi di salute mentale più gravi. Per la maggior parte dei pazienti e degli operatori, le risposte emotive e comportamentali fanno parte di strategie adattative allo stress straordinario e tecniche di psicoterapia come quelle basate sul modello di adattamento allo stress potrebbero risultare utili. Se vengono utilizzati farmaci psicotropi, come quelli prescritti dagli psichiatri per gravi patologie psichiatriche,  principi di trattamento farmacologico di base per garantire un danno minimo devono essere seguiti per ridurre gli effetti dannosi di qualsiasi interazione con Covid-19 e i suoi trattamenti.

In qualsiasi catastrofe biologica, i temi della paura, dell’incertezza e della stigmatizzazione sono comuni e possono fungere da barriere per adeguati interventi di salute medica e mentale. Sulla base dell’esperienza maturata a livello mondiale in passato dell’impatto psicosociale delle epidemie virali, lo sviluppo e l’implementazione della valutazione della salute mentale, il supporto, il trattamento e i servizi sono obiettivi cruciali e urgenti per la risposta sanitaria all’epidemia Covid-19.

Timely mental health care for the 2019 novel coronavirus outbreak is urgently needed.

Yu-Tao Xiang Yuan Yang; Wen Li;Ling Zhang; Qinge Zhang;Teris Cheung et al.

Published:February 04, 2020DOI:https://doi.org/10.1016/S2215-0366(20)30046-8

Mente e coronavirus

Dialog between man and woman

Come cambia il nostro modo di pensare? Quali sono le emozioni più comuni, quali sono sane e quali sfociano nel patologico? È sicuramente presto per dirlo, un giudizio potrebbe essere prematuro, ma è interessante avere qualche pista per iniziare a capire come, in quanto individui e in quanto parte di una collettività, agiamo di fronte a questa nuova condizione.

Gabriele Sani ( professore di psichiatria all’Università Cattolica del Sacro Cuore e psichiatra della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli) e Luca Andrighetto (professore di Psicologia sociale all’Università degli Studi di Genova) forniscono alcuni utili spunti  in questo articolo pubblicato su Quotidiano Sanità per comprendere la realtà psicologica attuale in tempi di coronavirus

COVID-19: impatto sulla salute mentale e supporto psicosociale. Tonino Cantelmi, Emiliano Lambiase

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COVID-19: impatto sulla salute mentale e supporto psicosociale

Tonino Cantelmi e Emiliano Lambiase. Istituto di Terapia Cognitivo-Interpersonale – Roma

A milioni di persone in tutto il mondo è stato imposto di adottare comportamenti di distanziamento sociale e di isolamento, al fine di rallentare la diffusione dell’infezione da COVID-19 e di proteggere sé stesse. Secondo tutti gli osservatori è la prima volta che l’umanità vive una situazione dovuta alla straordinaria rapidità della diffusione nel mondo dell’infezione da coronavirus, merito della globalizzazione e della maggiore facilità e rapidità con la quale ci si può spostare quasi ovunque. Gli elementi con potenziale psicopatologico sono molteplici: l’effetto traumatico dell’evento, caratterizzato da fenomenologie sintomatiche gravi e letali, soprattutto per la popolazione più fragile; il carico di preoccupazione e paure generate sia dalla possibilità del contagio, sia dalle conseguenze economiche e sociali della pandemia; il potenziale effetto psicolesivo delle restrizioni della libertà conseguenti alle misure di distanziamento sociale ed isolamento adottate dalle autorità. Recentemente, Brooks e colleghi (2020) hanno pubblicato una rassegna nella quale hanno analizzato situazioni simili vissute negli ultimi decenni a seguito di SARS, Ebola, influenza H1N1 o MERS. La maggior parte degli studi esaminati ha riportato effetti psicologici negativi, tra cui disturbi post- traumatici da stress, confusione e rabbia. I fattori predisponenti per lo sviluppo dei sintomi includevano: durata delle misure di isolamento, paura di contrarre l’infezione, frustrazione, noia, forniture inadeguate di beni essenziali (es. cibo) o necessari (es. farmaci o strumenti medici), informazioni inadeguate, perdite finanziarie e stigmatizzazione dei contagiati. (continua)

Qui il link per leggere l’articolo completo 

Sul riordino ospedaliero in Piemonte. Ivan Cavicchi

Da Quotidianosanità

Il riordino degli ospedali piemontesi. Quei “maledetti” standard

Trovo rischioso che ci si limiti  ad un riordino ospedaliero senza accedere contestualmente ad un discorso più ampio di riforma del sistema nel suo complesso, dal momento che le concomitanze tra territorio e ospedale sono innegabili

04 FEB - Ancora non abbiamo imparato, prima di fare danni, a mettere in campo delle valutazioni  di impatto socio-sanitario per saggiare gli effetti delle politiche sanitarie sulle popolazioni interessate. La giuntadel Piemonte è stata costretta dalla contestazione dei propri territori  a rivedere la sua delibera  sul riordino degli ospedali (vedi articolo di QS con allegate le due delibere di novembre e gennaio).

A scrivere  numeri sugli ospedali negli allegati delle delibere è facile ma prevedere i loro effetti reali, fisici, sulle persone che hanno bisogno nei loro svariati spesso complicati territori di vita è un altro paio di maniche. La  mediazione che la Regione sta tentando con la nuova delibera di gennaio è di accontentare i territori in rivolta facendo sopravvivere alcune di quelle specialità considerate dalla precedente delibera “non assegnabili”.

Ma l’operazione di fondo, che è sostanzialmente una operazione  a tavolino di neo-standardizzazione del numero dei posti letto, resta invariata soprattutto nei saldi. Gli standard alla fine, come dimostrano le proteste del territorio, sono astrazioni statistiche che si danno  arie di verità scientifiche ma senza esserlo. Il problema della sanità piemontese non è solo essere oltre i parametri di compatibilità finanziaria ma anche che la sua produzione è calata del 3% senza una proporzionale  riduzione dei costi e per giunta è aumentata la mobilità passiva verso altre Regioni (30 milioni solo nel 2013).

Questo vuol dire due cose:
· vi è tanto un problema di quantità di sistema e quindi di spesa ed è il problema principale della regione;
· quanto un problema di  qualità  di sistema e quindi di tutela ed è il problema dei cittadini.

La cosa difficile è conciliare le due cose. La riorganizzazione della rete ospedaliera, anche nella seconda delibera,  è in pratica un intervento, a sistema fondamentalmente invariante, di “ospedalectomia”. Le  indicazioni  verbali delle due delibere sono eloquenti:riduzione dello standard dei posti letto ospedalieri accreditati  a 3,7 posti letto per mille abitanti,adeguamento delle piante organiche in rapporto ad un tasso di ospedalizzazione pari a 160 per mille abitanti;riduzione dei posti letto in eccesso,  soppressione di unità operative complesse, riconversione dei  ricoveri ordinari in ricoveri  diurni e i ricoveri diurni  all’assistenza territoriale  quindi  assistenza ambulatoriale residenziale e domiciliare. Quindi le due  delibere ragionano come se all’ interno del sistema sanitario piemontese vi fosse una superfetazione di posti letto, di unità complesse, di unità operative  da ridurre o rimuovere mettendo in atto  poi tutti le operazioni ricostruttive del caso (hub spoke, ospedali graduati per bacini di utenza  ecc)

La Regione Piemonte  si è sforzata di rassicurare in vario modo tanto i propri cittadini che i propri operatori ma a giudicare dalle proteste dei territori non è stata così convincente.Le loro rassicurazioni  derivano  da cose che si dovranno fare in un secondo tempo e si danno per scontate ma che scontate non sono  dal momento che  la nuova standardizzazione del numero dei posti letto, dovrà essere sostenuta da tutta una serie di atti di riforma quali riconversioni, un nuovo governo della domanda, il ripensamento dell’assistenza primaria, ecc.

Cioè il presupposto perché tutto funzioni è  la contestualità tra la  ridefinizione della rete ospedaliera e il riassetto dell’assistenza territoriale. Ma mentre tutta l’attenzione delle delibere è per la ospedalectomia sull’assistenza territoriale per ora vi sono solo enunciazioni. Le  delibere  sanciscono vistosamente  la differenza  tra  norme  performative  e norme   indicative.Le prime tagliano e ricuciono il sistema ospedaliero in essere (con la norma  performativa si compie quello che si dice di fare producendo un fatto reale).

Le seconde invece, quelle che riguardano  il territorio, si limitano ad asserire in modo non condizionale quello che si dovrebbe fare senza subordinare ciò che si dice di voler fare  a degli  standard, indicatori, criteri metodologici. Per cui tanto nella delibera che negli allegati  la definizione del territorio all’indicativo ha il limite di essere molto… troppo generica. La questione viene rimandata ad atti successivi ma  questo vuol dire che salta il principio di contestualità dichiarato con il rischio  di creare una dolorosa fase di transizione fatta da  abbandono, disfunzioni, tribolazioni per la  gente,  diseguaglianze di trattamento e soprattutto problemi di accesso ai servizi.

L’operazione quindi è concepita  con la logica dei due tempi, prima si taglia e dopo si vedrà. “Contestualità”, non significa solo che il riordino  dell’ospedale deve  coincidere con il riordino del territorio ma sottolinea ontologicamente che ospedale e territorio sono due sottosistemi di un  comune sistema sanitario e che quindi non vi può essere un riordino della parte senza  una riforma del tutto. Contestualità quindi vuol direconcomitanza riformatrice nel senso  delle “variazioni concomitanti” di Stuart Mill: si dia un obiettivo di compossibilità diritti/risorse  e l’ospedale e il territorio quale sistema di diritti e di spesa….tutti i problemi di compossibilità   causano variazioni nel primo e nel secondo  e viceversa….dando forma ad un processo riformatore.

Trovo rischioso che ci si limiti  ad un riordino ospedaliero senza accedere contestualmente ad un discorso più ampio di riforma del sistema nel suo complesso, dal momento che le concomitanze tra territorio e ospedale sono innegabili. La riduzione degli standard ospedalieri avviene a modello invariante di ospedale (l’hub spoke non è una riforma dei modelli ma solo la riproposizione di una classificazione che per altro pur con nomi diversi risale al 1968 cioè alla riforma Mariotti) per cui è probabile che parte della domanda sarà scaricata sul territorio ,a dicotomia invariante nei confronti dell’ospedale, senza che vi sia un territorio adeguato.

Il punto di fondo, che non va mai dimenticato, è che qualsiasi standard di posti letto è funzione del territorioper cui se il territorio non viene ripensato qualsiasi riduzione di standard  rischia di essere una banale riduzione di assistenza. Se non si risolve questo problema di concomitanza, presumibilmente i problemi di mobilità cresceranno. Quanto al territorio (prima delibera punto 4,linee di indirizzo per lo sviluppo della rete territoriale) non c’è solo un problema di genericità, si intravedono vistose contraddizioni come quella tra l’idea di “rete territoriale”  e il distretto definito come “macrostruttura” (sui limiti di questa concezione rimando alla parte 3 de “i mondi possibili della programmazione sanitaria(…) Mc Graw Hill  2012). Sorvolo le questioni che riguardano il lavoro, le professioni, le organizzazioni che ancora una volta sono visti come fantasmi incorporei  come se non fossero “il servizio” che sono.

Concludo  con quattro amichevoli suggerimenti:
· invertite l’ordine applicativo del riordino cioè partite dalla riorganizzazione del territorio al fine di rimodulare la funzione ospedaliera per non creare situazioni di abbandono;
· scrivete subito una nuova delibera  performativa “adeguamento della rete territoriale a sostegno della rimodulazione della rete ospedaliera”;
· mettete mano ad un disegno di riforma complessivo del sistema  che vada oltre la logica del riordino, dell’adeguamento, della rimodulazione e che affronti i problemi dei modelli, dei modi di essere, delle prassi, dei metodi, del lavoro… perché la sanità è fatta soprattutto da persone e non da cose;
· fate in modo che le  persone…a partire dai cittadini….non siano  “riordinati” nei loro bisogni di salute ma siano soggetti di riforma.

Buon lavoro.

Ivan Cavicchi

Ps:  analoga analisi vale anche per il decreto n° 14 gennaio 2015  “riqualificazione e rifunzionalizzazione  della rete ospedaliera-territoriale della regione Sicilia” (QS 26 gennaio 2015) per cui applicando la regola transitiva sussistono  analoghi  dubbi e valgono analoghe proposte.

Trapianti ovvero i soliti ignoti

sanità tunnel

Certamente un traguardo di cui andare fieri: raggiunti i 4000 trapianti di rene inPiemonte. Ma cosa ci può insegnare questo risultato? Se infatti da un lato si rimarcano i numeri raggiunti dalle tre sedi in cui fattivamente viene compiuto l’atto finale del trapianto, dall’altro si tende a dimenticare che questo è l’ultimo anello di una catena ben più ampia e misconosciuta. Gli organi infatti vengono prelevati nelle diverse sedi ospedaliere abilitate, che sono per la maggior parte diverse da quelle di “impianto” e che vedono la mobilizzazione di medici di diverse specialità (anestesisti-rianimatori, urologi, anatomo-patologi ecc.), infermieri di sala operatoria e non, tecnici laboratoristi, personale addetto al trasporto fino, a volte, alle stesse forze dell’ordine che garantiscono e agevolano il trasporto stesso. E che spesso avviene di notte e in giorni “festivi”, per lasciare a disposizione le sale operatorie per la “normale” attività diurna di interventistica. E che si avvale di una vera e propria rete ramificata composta di molte professionalità nelle diverse aree geografiche che vanno al di là delle stesse regioni, se non degli Stati stessi. Un lavoro davvero “oscuro” verrebbe da dire. E qui sta l’insegnamento della Medicina moderna, che raggiunge questi risultati quando agisce come una “rete”, “insieme”, sincronizzata, al di là molto spesso di ciò che persino è dovuto contrattualmente, con sacrificio personale. La Medicina moderma è questa, dove certamente esiste chi deve comandare ma che, a differenza del passato, non può più solo basarsi su capacità concentrate in poche “mani” di illustri professori di chiara fama. Esiste cioè una consapevolezza e capacità tecnica che è distribuita molto più estesamente rispetto al passato. Ecco perchè, soprattutto oggi, è particolarmente errato parlare solo di “eccellenze” che danno lustro alla nostra sanità pedemontana, dimenticandosi che l’eccellenza è un prodotto diffuso territorialmente. E che non può manifestarsi se tutto il resto del sistema territoriale non la sostiene, a volte anche solo per compiere tutto il lavoro che deve essere svolto per dare sollievo alle richieste del proprio ambito geografico. Perchè per fare buoni trapianti è necessario che qualcuno, oltre a rendere disponibile un organo, si prenda carico di svolgere tutta quell’attività chirurgica che non può essere svolta nei cosiddetti centri di eccellenza. Un diamante, quindi, davvero molto sfaccettato e di una complessità poco conosciuta anche da chi deve fare buona informazione. Oltre al grande centro dove si dona nuova vita, esistono medici che convincono e raccolgono il consenso a donare gli organi, persone che spendono la propria capacità morale e che si caricano del lato “triste” della successiva vittoria, che si siedono di fronte ai familiari di un donatore che quella sera torneranno a casa con un altro stato d’animo e che rappresentano, anch’essi degli eroi davvero positivi dei nostri tempi edonistici ed individualistici. La Medicina dei soliti ignoti che non finiscono certamente sui giornali, ma che costruiscono tutti insieme la moderna Medicina, di chi cura, di chi riceve la cura e di chi rinuncia alla vita dei propri cari per donare. I soliti ignoti, insomma…

Churchill e i tagli alla salute

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Parafransando un po’ Churchill, la risposta negativa ad eventuali tagli alle risorse destinate alla sanità potrebbe formularsi in questo modo: “e allora per cosa stiamo combattendo? Perchè facciamo questa guerra?”. Qual è , in buona sostanza, il motivo vero per il quale prosciughiamo risorse: ottenere la salvaguardia delle voci di spesa più importanti? Riscoprire quali siano le priorità, serve alla fin fine proprio a proteggerle…

Capire il lavoro nella sanità è costruire un nuovo Paese

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In tempi di spending review il lavoro sanitario è certamente uno degli argomenti su cui si esercitano esperti di ogni caratura con soluzioni talvolta fantasiose. Tagli lineari di miliardi di euro sono annunciati in ogni dove mediatico incontrando resistenze e plausi spesso acritici o semplicemente esasperati dalle diverse esperienze di buona o cattiva prestazione sanitaria ricevuta nella vita di ognuno. In pochi, però, arrivano a capire l’organizzazione della diagnosi e cura che oggigiorno si trova ad affrontare le nuove esigenze dei cittadini che ricorrono ai servizi ospedalieri o di base. Compreso chi dovrebbe governare il sistema a livello regionale o di azienda sanitaria. Senza addentrarsi in analisi poco adatte a questa piccola nota, molti pensano il lavoro sanitario  come quello di una fabbrica nella quale i diversi lavoratori, nella diversità delle competenze, eseguono fondamentalmente tutti il medesimo compito e ogni unità lavorativa esegue da solo tutti i passi per fabbricare un oggetto. Con questa logica la produzione dell’oggetto sarà funzione del semplice numero di lavoratori il cui contributo sarà la divisione del numero di oggetti prodotti per il numero degli stessi lavoratori. Potremo quindi modulare il semplice numero dei lavoratori per ottenere maggiore o minore produzione o fare in modo che ogni lavoratore produca più velocemente l’oggetto in questione riducendo il tempo di fabbricazione. Ma il sistema delle cure appartiene ad un altro tipo di “fabbrica”. In questo diverso laboratorio ogni singola persona svolge un compito differente, una parte del lavoro finale e per fabbricare anche un unico oggetto i lavoratori devono per forza cooperare. Questa divisione del lavoro è già economicamente più efficiente in quanto la specializzazione permette a ciascuna unità lavorativa di diventare molto esperto in un determinato compito e di portare al massimo, appunto, l’efficienza lavorativa. In questo caso, però, cambiando il numero dei lavoratori – in più o in meno – non si assiste ad una modificazione del prodotto finale in percentuale al numero delle persone che vengono aggiunte o tolte. Paradossalmente, aggiungere o diminuire il personale potrebbe portare allo stesso risultato finale non prevedibile: aggiungere nuove figure lavorative potrebbe portare sia ad un miglioramento che ad un peggioramento se si interferisse con il flusso di lavoro. Questo è quello che succede nell’organizzazione sanitaria: la correttezza – ed anche il numero – delle prestazioni dipende più dall’organizzazione e dalla sapiente miscela dele conoscenze tra le diverse parti più che dal loro numero. Se inoltre inserirete in tutto questo le parole merito, preparazione, capacità di collaborazione, inventiva, capacità di innovazione, ricerca, è possibile che abbiate le chiavi per costruire non solo una nuova organizzazione sanitaria più efficace e con costi minori, ma un Paese diverso all’altezza di sfide più complicate.

Grecia: la mortalità infantile aumenta del 43% secondo Lancet

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Se uno Stato va in bancarotta come sarà la salute dei suoi cittadini? E se rifiuta i diktat dei creditori internazionali sui tagli del servizio sanitario cambierà qualcosa? La risposta ci arriva da uno studio pubblicato a febbraio sulla forse più prestigiosa al mondo rivista medico-scientifica “Lancet” compilato da ricercatori delle università inglesi di Cambridge ed Oxford. Mentre la risposta alla prima domanda appare più prevedibile, la seconda è tutt’altro che scontata. Ma andiamo per ordine.

I ricercatori hanno preso in considerazione i dati provenienti dalla Grecia di cui tutti conosciamo la parabola economica recente e che certamente non può pensarsi come culturalmente diversa dalla Francia o dalla Germania. I risultati sono stati davvero al di là delle attese: la mortalità infantile è raddoppiata con un aumento dei bambini sottopeso alla nascita di quasi il 20%, cifra pari a quella dei bambini nati morti. La situazione è così grave  per le persone affette da malattie croniche gravi come ad esempio il diabete che spendono tutte le loro risorse solo per comprare cibo oppure l’insulina per sopravvivere. Il taglio delle forniture di siringhe monouso ha poi fatto impennare le infezioni da AIDS da 15 a quasi 500 in tre anni.

Ma se in Grecia questa è la situazione imposta dalla Troika europea che ha obbligato al dimezzamento del bilancio del Servizio Sanitario, i ricercatori britannici hanno scovato un vero e proprio caso “di scuola” dove le cose sono andate diversamente grazie alle decisioni politiche prese in controtendenza, o meglio in speculare contrasto rispetto alla Banca Centrale Europea o al Fondo Monetario. Infatti ci eravamo dimenticati della feroce crisi economico-finanziaria che qualche anno orsono aveva colpito l’Islanda, che invece aveva duramente respinto le misure dettate dai creditori internazionali e dal fondo monetario – pur ricordando che Rejkyavik non fa parte dell’Unione Europea. Gl islandesi,, così come i finlandesi, attraverso un durissimo ma solidaristico piano di sacrifici scelti attraverso la condivisione popolare ma soprattutto concentrando i tagli in altri settori , hanno compensato gli effetti nocivi della crisi sulla salute delle loro popolazioni, non  facendo registrare particolari scostamenti sulla mortalità infantile e altri parametri riferiti alle patologie più gravi.

Qui puoi scaricare l’articolo di Lancet

Le distrazioni della politica sulla Sanità

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Esiste una certa distrazione sui temi delle politiche del Sistema Sanitario. Tutta la discussione sembra concentrarsi ad esempio sui cosiddetti “costi standard”, lasciando in un cono d’ombra i fatti e le trasformazioni che il sistema salute sta affrontando nel più profondo silenzio. In realtà chi si occupa di sanità ad ogni livello, sente come necessario concentrarsi su temi quali la geografia dei servizi (cosa fare e dove farlo), le priorità di intervento, il raggiungimento dell’equità nella distribuzione dei benefici sanitari e via discorrendo. Ad aggravare questa tendenza ci si mette una malattia endemicamente presente nel nostro Paese: si dibatte su dati non più attuali quando non clamorosamente errati. Se ad esempio l’invecchiamento della popolazione italiana è un trend di clamoroso impatto ciò non si è però tradotto in un aumento dell’ospedalizzazione; oppure il tasso di crescita della spesa sanitaria degli ultimi anni non registra aumenti preoccupanti. La discussione politica non sembra quindi davvero accorgersi di cosa stia effettivamente accadendo nei luoghi di diagnosi e cura. In questo modo problemi come la trasformazione delle risposte all’utenza legate all’accorpamento delle aziende, l’approssimazione nella capacità di governo pubblico dei problemi delle persone non autosufficienti, la stessa trasformazione della classe medica con una, peraltro positiva, femminilizzazione della dirigenza sanitaria cui non corrisponde un allineamento delle retribuzioni rispetto all’altro sesso, sono relegati a curiosità poco appetibili per i media nostrani e a poca consapevolezza del decisore politico. La mancanza di attenzione alle reali dinamiche presenti all’interno del sistema sanitario non potrà certo allinearsi con risposte moderne, efficienti e soprattutto efficaci che il normale cittadino richiede a fronte di un impegno finanziario diretto (tasse) o indiretto (pagamento in proprio di prestazioni non assicurate dal sistema) e come garanzia indicata dalla nostra stessa Costituzione

La sanità privata non cresce dove crolla quella pubblica

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Nell’attuale discussione sui modelli di organizzazione dei servizi sanitari, l’ultimo rapporto OASI fornisce alcuni dati che sembrano in contraddizione con alcune semplificazioni presenti nel dibattito politico. Una di queste riguarda i rapporti tra sanità privata e pubblica.  In sostanza spesso si è portati a pensare che lo sviluppo della sanità privata sia legata al malfunzionamento della sanità pubblica: “si tratta dell’idea che i differenziali tra regioni nella spesa privata siano essenzialmente il risultato dei gap nel funzionamento dei sistemi pubblici, in termini di quantità e qualità dei servizi offerti”, come rileva il rapporto. In realtà i dati ci dicono che alla diminuzione dei tassi di crescita della sanità pubblica non è corrisposto un aumento della spesa privata, sia pagata direttamente dal portafoglio del cittadino, sia intermediata dallo Stato. I privati, quindi, non hanno aumentato la produzione di beni e servizi a fronte della diminuzione del pubblico. La conclusione è che la spesa di consumo di sanità privata è in realtà strettamente legata all’andamento del reddito generale. Da ciò discende un rischio che viene sempre più sottolineato dagli economisti sanitari: quello dell’”under treatment” o più comunemente del mancato o insufficiente trattamento di determinati problemi sanitari della popolazione. Soprattutto nelle regioni sottoposte a piani di rientro imposti dall’amministrazione centrale statale – come ad esempio il Piemonte -, si verifica un mancato trattamento di problemi che storicamente non trovare risposte sufficienti nella struttura pubblica, come ad esempio le cure odontoiatriche, la riabilitazione fisica, la non autosufficienza. Per essere più chiari la mancata cura dei denti nel pubblico non sta aumentando le cure a livello privato, assistendosi quindi all’under treatment, sotto-trattamento o mancato trattamento delle malattie odontoiatriche con peggioramenti nella salute delle persone (si pensi a cosa porta la mancata capacità negli anziani di assumere determinati alimenti). Pensare ad una diversa organizzazione sanitaria significa quindi porre anche la dovuta attenzione a questi fenomeni, stando attenti a considerare la crescente fascia di famiglie che elimina o allunga i tempi di risposte sanitarie con un successivo aggravio delle condizioni di salute ed un maggior costo sociale successivo