mar 182021
 

Il setting clinico come determinante sociale della salute mentale e strumento di produzione o contrasto di disuguaglianze sociali

Matteo Bessone*, Pietro Sarasso**

*Sportello TiAscolto!, **Università degli Studi di Torino

Introduzione  La salute mentale si distribuisce lungo un gradiente socioeconomico: a ogni posizione sociale è associato probabilisticamente un livello di salute mentale determinato dalle condizioni di vita quotidiane dei soggetti (determinanti sociali di salute; WHO, 2014). Inoltre, a parità di condizioni materiali, le comunità meno stratificate, godono di migliore e maggiore salute sia mentale che fisica rispetto a quelle caratterizzate da un gradiente socioeconomico più ampio (Wilkinson & Pickett, 2011). I meccanismi di stratificazione sociale sono legati alla distribuzione disuguale nel corpo sociale dell’insieme delle risorse materiali, di status e di aiuto che permettono ad ogni individuo di esercitare controllo sulla propria vita (Costa, 2014) e che determinano l’insieme dei vincoli e delle opportunità che i soggetti e i gruppi sociali sperimentano nell’interazione con il contesto.
La pratica clinica e la psicoterapia, all’interno di questa prospettiva, rischiano di costituire un doppio pericolo per il benessere della popolazione: da una parte perché, come già ampiamente discusso in letteratura (Martìn-Barò, 2018; Laverack, 2018; Saraceno, 2017; Costa, 2014, Wilkinson & Pickett, 2011; Prillentelsky, 2008; Foucault, 1976), rischiano di relegare all’interno del setting clinico, neutralizzandoli nell’individualismo dei processi psichici, i segni di una sofferenza talvolta frutto dell’incorporazione di strutture e processi sociali ingiusti.
Il secondo pericolo, solo raramente evocato, è costituito dalla possibilità che pratica clinica e psicoterapeutica abbiano un ruolo attivo nei processi di stratificazione sociale tramite la creazione e il mantenimento di una distribuzione diseguale delle possibilità di accesso al setting clinico. Così facendo, rischiano inconsapevolmente di dividere la comunità alimentando processi che Prillentelsky (2008) chiama “oppressione politica: la creazione di barriere, materiali, economiche, alla piena realizzazione di autodeterminazione e partecipazione democratica”. Nell’attuale congiuntura storico-sociale-economica tali effetti iatrogeni sarebbero amplificati in Italia dall’impossibilità di accedere, per coloro i quali si trovano in condizioni di disagio non acuto e di svantaggio economico, a servizi di salute mentale pubblici (nonostante l’inserimento dell’assistenza psicologica all’interno dei Livelli Essenziali d’Assistenza con Decreto 12.01.17 pubblicato in Gazzetta il 18/3/17) a causa dei criteri, funzionali alla razionalizzazione delle insufficienti risorse, che ne regolano l’accesso.
In sintesi, gli indubbi benefici clinici per soggetti appartenenti a categorie avvantaggiate e benefici economici e simbolici per gli psicoterapeuti non sembrano poter giustificare l’utilizzo incondizionato di setting tradizionali i quali potrebbero inconsapevolmente produrre sofferenza:
a. a livello sociale creando, alimentando e mantenendo, divisioni in seno alla comunità (stratificazione sociale)
b. impedendo l’accesso alle risorse di aiuto agli individui appartenenti a categorie più svantaggiate, con maggior probabilità di malessere psicologico.
L’attuale direzione della psicologia clinica sembra dunque incompatibile con quanto auspicato da Saraceno (2017): “non è più sufficiente essere consapevoli, sul piano teorico, del ruolo che i determinanti sociali della salute mentale e le disuguaglianze esercitano nell’etiopatogenesi della sofferenza, tale conoscenza deve trasformarsi in un cambiamento reale dei modelli operativi”. Continue reading »

mag 202020
 

badiou

“Ultimamente, in Francia, c’è stato un pullulare di attacchi molto violenti soprattutto da parte di persone incompetenti, contro la psicoanalisi. Sono attacchi che rappresentano un pericolo generale per tutto il mondo intellettuale perché evidentemente non mirano solo alla psicoanalisi. Marx, per esempio, è oggetto di un’intensa offensiva, accusato, dai nostri moralisti, di essere compromesso con l’inumanità del “totalitarismo”. Anche Darwin è stato messo alla gogna dai reazionari americani e da più parti è fortissima la tentazione di mettere in discussione le scoperte di Einstein. L’obiettivo, esplicito o meno, di questi attacchi è quello di distruggere le figure intellettuali moderne e di sostituirle con dei sotto-prodotti tecnici, comodi, usa e getta, conditi in salsa moralista passe-partout. Per me è necessario insorgere contro questa volontà di svalutazione e di addomesticamento del pensiero, sia politico, sia scientifico, sia psicoanalitico. Il pericolo è reale ed estremamente serio. Per parafrasare un motto famoso di Clemenceau, non possiamo lasciare la difesa della psicoanalisi ai soli psicoanalisti. La lotta dev’essere allargata. Certamente gli psicoanalisti sono in prima linea nella battaglia per il riconoscimento della loro disciplina e della loro pratica, però la professionalizzazione segnalata da Élisabeth costituisce una minaccia di auto-addomesticamento. Non si può abbandonare la psicoanalisi a questo destino funesto e gli aiuti dall’esterno sono necessari. Del resto, gli attacchi attuali contro la psicoanalisi mi sembrano ancora più gravi di quelli contro il marxismo, perché in fondo le polemiche interne o esterne fanno parte del marxismo stesso; le contraddizioni, gli antagonismi sono nel loro habitat naturale. Il marxismo presuppone e implica lo scontro. Quel che sta accadendo alla psicoanalisi, invece, è molto più pericoloso e l’allerta è massima, perché voler sradicare Freud o Lacan significa criticare la concezione stessa del soggetto moderno. E se si distrugge quest’ultimo, la porta è aperta a tutte le ideologie reazionarie della peggior specie. Ecco perché mi sento di lanciare solennemente quest’appello: insorgete tutti in difesa della psicoanalisi, in qualunque modo.”

 ”Alain Badiou, Elisabeth Roudinesco. “Jacques Lacan, passato presente. Un dialogo (Mimesis)”.

 

apr 292020
 

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Da quando è cominciata l’emergenza sanitaria correlata alla diffusione della COVID-19 i professionisti sanitari sono impegnati in prima linea a fronteggiare l’epidemia nei vari setting del servizio sanitario, esposti al rischio di infezione e a un sovraccarico emotivo: carenza di adeguati dispositivi di protezione individuale, turni di lavoro incalzanti, fatica fisica, riduzione delle risorse umane e in alcuni casi precarietà organizzativa. A questo si aggiungono situazioni determinate dalla forte pressione a cui è sottoposto il servizio sanitario, che possono contribuire ad appesantire ulteriormente il vissuto emotivo dei professionisti: essere chiamati a intervenire in discipline diverse da quelle di appartenenza; la possibilità, per i medici neolaureati o gli specializzandi ancora in formazione, di trovarsi a fronteggiare condizioni critiche che richiederebbero maggiore esperienza; l’invito a continuare a lavorare anche se si è stati a contatto con pazienti affetti da COVID-19 e permanga il timore del contagio; le cure e il sostegno prestati a domicilio dai medici di medicina generale agli assistiti con sintomi più lievi. (…)

Qui l’articolo su Epicentro

apr 072020
 

itci

COVID-19: impatto sulla salute mentale e supporto psicosociale

Tonino Cantelmi e Emiliano Lambiase. Istituto di Terapia Cognitivo-Interpersonale – Roma

A milioni di persone in tutto il mondo è stato imposto di adottare comportamenti di distanziamento sociale e di isolamento, al fine di rallentare la diffusione dell’infezione da COVID-19 e di proteggere sé stesse. Secondo tutti gli osservatori è la prima volta che l’umanità vive una situazione dovuta alla straordinaria rapidità della diffusione nel mondo dell’infezione da coronavirus, merito della globalizzazione e della maggiore facilità e rapidità con la quale ci si può spostare quasi ovunque. Gli elementi con potenziale psicopatologico sono molteplici: l’effetto traumatico dell’evento, caratterizzato da fenomenologie sintomatiche gravi e letali, soprattutto per la popolazione più fragile; il carico di preoccupazione e paure generate sia dalla possibilità del contagio, sia dalle conseguenze economiche e sociali della pandemia; il potenziale effetto psicolesivo delle restrizioni della libertà conseguenti alle misure di distanziamento sociale ed isolamento adottate dalle autorità. Recentemente, Brooks e colleghi (2020) hanno pubblicato una rassegna nella quale hanno analizzato situazioni simili vissute negli ultimi decenni a seguito di SARS, Ebola, influenza H1N1 o MERS. La maggior parte degli studi esaminati ha riportato effetti psicologici negativi, tra cui disturbi post- traumatici da stress, confusione e rabbia. I fattori predisponenti per lo sviluppo dei sintomi includevano: durata delle misure di isolamento, paura di contrarre l’infezione, frustrazione, noia, forniture inadeguate di beni essenziali (es. cibo) o necessari (es. farmaci o strumenti medici), informazioni inadeguate, perdite finanziarie e stigmatizzazione dei contagiati. (continua)

Qui il link per leggere l’articolo completo 

gen 192020
 

zizek“L’antisemitismo, per esempio, «reifica» (incorporandola in un particolare gruppo di persone) la rivalità insita nella società: esso tratta l’essere Ebrei come la Cosa che, dall’esterno, si intromette nel corpo sociale e ne disturba l’equilibrio. Quel che accade nella svolta dalla posizione della rigorosa lotta di classe all’antisemitismo fascista non è una semplice sostituzione di una figura del nemico (la borghesia, la classe dominante) con un’altra (gli Ebrei); la logica della lotta è affatto diversa. Mentre nella lotta di classe le classi stesse sono coinvolte nella rivalità insita nella struttura sociale, per l’antisemita l’ebreo è un intruso straniero che provoca la rivalità sociale, sicché ciò che dobbiamo fare per ristabilire l’armonia sociale è annientare gli Ebrei. In altre parole, un fascista antisemita eleva l’ebreo a quella Cosa mostruosa che provoca la decadenza sociale ”

Passi di: Slavoj Zizek. “Leggere Lacan- Guida perversa al vivere contemporaneo”.

gen 122020
 

220px-Paula_HeimannSUL CONTROTRANSFERT (1)

Paula Heimann

Sono stata stimolata a scrivere questa breve nota sul controtransfert da alcune osservazioni che ho fatto in seminari e analisi di controllo. Sono rimasta colpita dall’idea, diffusa tra i candidati, che il controtransfert non sia altro che una fonte di guai. Molti candidati hanno paura e si sentono colpevoli quando si accorgono di provare sentimenti verso i loro pazienti, e di conseguenza cercano di evitare qualsiasi risposta emotiva e di diventare completamente «distaccati». Quando ho cercato di comprendere le origini di questo ideale di un analista «distaccato», mi sono resa conto che la nostra letteratura non contiene descrizioni del lavoro analitico che possano far nascere l’idea che un buon analista provi per il proprio paziente solo una costante e moderata benevolenza; e che invece ogni increspatura di questa superficie liscia costituisca una perturbazione che deve essere superata.  Forse ciò può derivare da una cattiva interpretazione di alcune affermazioni di Freud, come il suo paragone con lo stato mentale del chirurgo durante un operazione, o l’altra analogia dello specchio; queste frasi infatti sono state citate spesso nelle discussioni sulla natura del controtransfert. D’altra parte esiste una diversa linea di pensiero, come quella di Ferenczi, che non solo riconosce che l’analista prova per il paziente una grande varietà di sentimenti, ma consiglia anche in certi casi di esprimerli apertamente. Continue reading »

dic 182019
 

della seta

Un bel libro questo di Lucio Della Seta: semplice ma non semplicistico, scorrevole e comprensibile da tutti perché a tutti è indirizzato. Ognuno di noi ha provato l’esperienza dell’ansia e del senso di colpa senza trovare, spesso, motivazioni che potessero giustificare la sproporzione di queste sensazioni con le cause che ci siamo costruiti nella nostra mente. Della Seta, analista della scuola di Jung ma di ampio respiro psicoterapeutico, ripercorre i passaggi della nostra storia personale mostrandoci molti meccanismi biologici e psichici inconsci che costruiscono questa realtà universale della natura umana, con molti messaggi di speranza, tra cui scelgo quello della possibilità di cambiare gli occhiali attraverso cui guardiamo noi stessi e gli altri, a cui occhi pensiamo spesso di non valere o che siano ostili “a prescindere”, mentre più probabilmente si occupano di noi molto meno di quanto noi ci occupiamo di noi stessi.

nov 162019
 

recalcati-nevrosi

Nel nostro tempo il carisma etico del padre ha lasciato il posto all’apologia scientista del numero. Anche la pratica delle cure risente di questo mutamento di paradigma. Diagrammi, costanti biologiche, protocolli, percentuali, comparazioni quantitative — necessarie ad ogni ricerca scientifica — rischiano di alimentare un feticismo della cifra che finisce per farci dimenticare che dietro ad un numero c’è sempre un corpo, un volto, un nome proprio, una vita che soffre. Lo stesso criterio di salute tende oggi a trasfigurarsi in un imperativo normativo se non in un vero e proprio comando igienista. In realtà il culto del benessere a cui oggi nessuno dovrebbe sfuggire impone una versione univoca e solo numerologica della felicità che corrisponde ad un tipo antropologico astratto. Questa ambizione emana un odore fatalmente fascisteggiante: attraverso l’imposizione di un ideale universale di salute e di benessere l’igienismo ipermoderno vorrebbe cancellare il carattere disarmonico, storto, sempre irregolare della vita umana. La malattia e la morte — come lo straniero, il migrante, la povertà, la follia — incarnano una differenza scabrosa che deve essere appianata. Nell’ideale positivo e universale della salute alberga sempre il rischio di una uniformazione della vita, di una sua medicalizzazione salutista. Non esiste infatti un criterio universale né della salute, né, tantomeno, della felicità. È questa una definizione precisa e inquietante che Lacan dava del totalitarismo: fare della felicità una misura universale. Con l’aggiunta essenziale che ogni volta che l’altro si prodiga per fare il nostro bene c’è sempre in agguato il rischio di perdere la nostra libertà. In questo contesto assume sempre più importanza il tema della cosiddetta umanizzazione delle cure. Non si tratta di rinunciare alla ricerca scientifica o agli strumenti specialistici di indagine diagnostica e di intervento terapeutico nel nome di un umanismo astratto, quanto, piuttosto, di ribadire, proprio nel tempo del dominio incontrastato della scienza e della tecnica, la centralità della dimensione della cura come attenzione per la singolarità irriducibile del paziente. Più precisamente, si tratta di calibrare ogni volta il codice paterno proprio del piano normativo delle procedure diagnostiche e terapeutiche — che, come tale, esige sempre nei pazienti una quota di oggettivazione — con il principio materno proprio della necessaria particolarizzazione delle cure. Questo principio consiste nel contrastare il carattere anonimo, standard, impersonale delle pratiche di cura. Il nostro tempo oscilla tra l’incuria assoluta (si pensi allo sfruttamento illimitato delle risorse del pianeta o al mito individualistico del successo a scapito di una concezione solidaristica della vita) e la riduzione delle cure a procedure spersonalizzanti. Diversamente il principio materno umanizza le cure nel senso che custodisce il senso più profondo della cura come dedizione per il particolare. Esso ostacola la riduzione del volto al numero e afferma il principio etico che la cura, ogni pratica di cura, è sempre cura dell’”uno per uno”. È qui che ritroviamo l’essenziale della donazione materna: rendere ogni figlio unico, non secondo la legge del numero, ma secondo quella etica della insostituibilità. Il principio materno ci ricorda altresì che in ogni pratica di cura la responsabilità coincide con la capacità di rispondere al grido di chi soffre, di chi si trova in una condizione di inermità e abbandono, sia esso un paziente, un quartiere, una istituzione o, come hanno recentemente segnalato con forza le nuove generazioni, il nostro stesso pianeta. Ovunque vi sia responsabilità come risposta al grido di chi soffre è in atto una esperienza di umanizzazione della cura. Rispondere al grido è saper restare vicini a chi è ferito e vulnerabile, a chi è gettato nello sconforto. Una cura che sa essere umana è una cura che non lascia solo chi soffre senza però nutrirlo con l’onnipotenza illusoria di una terapia priva di limiti che lo sviluppo prodigioso della tecnologia rischia di alimentare. Non a caso la dimensione umanamente più profonda della cura si rivela proprio laddove si incontrano i limiti della terapia come insuperabili. Si tratta in questi casi di prendersi cura della inermità di chi soffre senza promettere guarigioni impossibili e senza accanirsi nell’evitare ad ogni costo della morte. L’umanizzazione della cura definisce innanzitutto la salvaguardia della dignità del paziente. In questo senso la tutela del fine vita può essere un atto di profonda cura proprio quando contraddice l’accanimento della volontà terapeutica. Allora la morte può essere un dono che assicura alla vita il suo diritto a morire laddove la terapia ha dovuto riconoscere il proprio scacco. In questi casi estremi, l’umanizzazione della cura significa non sostenere la vita come principio astratto e impersonale, ma ricordare che ogni vita è una, singolare e insostituibile; che ogni vita ha diritto a vivere e a morire a suo modo.

Massimo Recalcati. La Repubblica 2.9.2019

mag 252019
 

inconscio

E’ esistito un tempo in cui la parola “inconscio” non veniva immediatamente associata alla figura di Sigmund Freud. Lo stesso padre della psicoanalisi riconosce, in diversi passi della propria opera, il suo debito verso altre figure nel rinvenimento di questo mondo non immeditamente (e direttamente) conoscibile. In tempi di prevalenza neuroscientifica che sembra limitare nei fatti il concetto di inconscio ai circuiti del nostro apparato neurale, riscoprire le radici filosofiche da cui prende l’abbrivio il pensiero di Freud credo sia fondamentale sia per il pensiero psicoanalitico come per quello delle neuroscienze. Ripercorrendo la genesi della “scoperta” freudiana non possiamo, ad esempio, non considerare i rapporti del Maestro con Brentano del quale seguì i corsi universitari e che la critica ha trattato in due modalità: una passione passeggera non particolarmente rilevante del giovane Sigmund ovvero il necessario rinnegamento dell’opera del filosofo come condizione possibile per pensare l’inconscio. L’opera di Michele Di Martino prende le mosse proprio dalle riflessioni del dibattito sull’inconscio che fu uno dei temi maggiormente presente di buona parte delle filosofie del XIX secolo per arrivare al problema dell’inconscio nella fenomenologia di Husserl. E tenere a mente anche il contributo filosofico delle indagini sull’inconscio in tempi di riduzionismo scientifico, credo sia uno strumento di non poco conto nella nostra cassetta degli attrezzi analitica.