gen 192020
 

zizek“L’antisemitismo, per esempio, «reifica» (incorporandola in un particolare gruppo di persone) la rivalità insita nella società: esso tratta l’essere Ebrei come la Cosa che, dall’esterno, si intromette nel corpo sociale e ne disturba l’equilibrio. Quel che accade nella svolta dalla posizione della rigorosa lotta di classe all’antisemitismo fascista non è una semplice sostituzione di una figura del nemico (la borghesia, la classe dominante) con un’altra (gli Ebrei); la logica della lotta è affatto diversa. Mentre nella lotta di classe le classi stesse sono coinvolte nella rivalità insita nella struttura sociale, per l’antisemita l’ebreo è un intruso straniero che provoca la rivalità sociale, sicché ciò che dobbiamo fare per ristabilire l’armonia sociale è annientare gli Ebrei. In altre parole, un fascista antisemita eleva l’ebreo a quella Cosa mostruosa che provoca la decadenza sociale ”

Passi di: Slavoj Zizek. “Leggere Lacan- Guida perversa al vivere contemporaneo”.

gen 122020
 

220px-Paula_HeimannSUL CONTROTRANSFERT (1)

Paula Heimann

Sono stata stimolata a scrivere questa breve nota sul controtransfert da alcune osservazioni che ho fatto in seminari e analisi di controllo. Sono rimasta colpita dall’idea, diffusa tra i candidati, che il controtransfert non sia altro che una fonte di guai. Molti candidati hanno paura e si sentono colpevoli quando si accorgono di provare sentimenti verso i loro pazienti, e di conseguenza cercano di evitare qualsiasi risposta emotiva e di diventare completamente «distaccati». Quando ho cercato di comprendere le origini di questo ideale di un analista «distaccato», mi sono resa conto che la nostra letteratura non contiene descrizioni del lavoro analitico che possano far nascere l’idea che un buon analista provi per il proprio paziente solo una costante e moderata benevolenza; e che invece ogni increspatura di questa superficie liscia costituisca una perturbazione che deve essere superata.  Forse ciò può derivare da una cattiva interpretazione di alcune affermazioni di Freud, come il suo paragone con lo stato mentale del chirurgo durante un operazione, o l’altra analogia dello specchio; queste frasi infatti sono state citate spesso nelle discussioni sulla natura del controtransfert. D’altra parte esiste una diversa linea di pensiero, come quella di Ferenczi, che non solo riconosce che l’analista prova per il paziente una grande varietà di sentimenti, ma consiglia anche in certi casi di esprimerli apertamente. Continue reading »

dic 182019
 

della seta

Un bel libro questo di Lucio Della Seta: semplice ma non semplicistico, scorrevole e comprensibile da tutti perché a tutti è indirizzato. Ognuno di noi ha provato l’esperienza dell’ansia e del senso di colpa senza trovare, spesso, motivazioni che potessero giustificare la sproporzione di queste sensazioni con le cause che ci siamo costruiti nella nostra mente. Della Seta, analista della scuola di Jung ma di ampio respiro psicoterapeutico, ripercorre i passaggi della nostra storia personale mostrandoci molti meccanismi biologici e psichici inconsci che costruiscono questa realtà universale della natura umana, con molti messaggi di speranza, tra cui scelgo quello della possibilità di cambiare gli occhiali attraverso cui guardiamo noi stessi e gli altri, a cui occhi pensiamo spesso di non valere o che siano ostili “a prescindere”, mentre più probabilmente si occupano di noi molto meno di quanto noi ci occupiamo di noi stessi.

nov 162019
 

recalcati-nevrosi

Nel nostro tempo il carisma etico del padre ha lasciato il posto all’apologia scientista del numero. Anche la pratica delle cure risente di questo mutamento di paradigma. Diagrammi, costanti biologiche, protocolli, percentuali, comparazioni quantitative — necessarie ad ogni ricerca scientifica — rischiano di alimentare un feticismo della cifra che finisce per farci dimenticare che dietro ad un numero c’è sempre un corpo, un volto, un nome proprio, una vita che soffre. Lo stesso criterio di salute tende oggi a trasfigurarsi in un imperativo normativo se non in un vero e proprio comando igienista. In realtà il culto del benessere a cui oggi nessuno dovrebbe sfuggire impone una versione univoca e solo numerologica della felicità che corrisponde ad un tipo antropologico astratto. Questa ambizione emana un odore fatalmente fascisteggiante: attraverso l’imposizione di un ideale universale di salute e di benessere l’igienismo ipermoderno vorrebbe cancellare il carattere disarmonico, storto, sempre irregolare della vita umana. La malattia e la morte — come lo straniero, il migrante, la povertà, la follia — incarnano una differenza scabrosa che deve essere appianata. Nell’ideale positivo e universale della salute alberga sempre il rischio di una uniformazione della vita, di una sua medicalizzazione salutista. Non esiste infatti un criterio universale né della salute, né, tantomeno, della felicità. È questa una definizione precisa e inquietante che Lacan dava del totalitarismo: fare della felicità una misura universale. Con l’aggiunta essenziale che ogni volta che l’altro si prodiga per fare il nostro bene c’è sempre in agguato il rischio di perdere la nostra libertà. In questo contesto assume sempre più importanza il tema della cosiddetta umanizzazione delle cure. Non si tratta di rinunciare alla ricerca scientifica o agli strumenti specialistici di indagine diagnostica e di intervento terapeutico nel nome di un umanismo astratto, quanto, piuttosto, di ribadire, proprio nel tempo del dominio incontrastato della scienza e della tecnica, la centralità della dimensione della cura come attenzione per la singolarità irriducibile del paziente. Più precisamente, si tratta di calibrare ogni volta il codice paterno proprio del piano normativo delle procedure diagnostiche e terapeutiche — che, come tale, esige sempre nei pazienti una quota di oggettivazione — con il principio materno proprio della necessaria particolarizzazione delle cure. Questo principio consiste nel contrastare il carattere anonimo, standard, impersonale delle pratiche di cura. Il nostro tempo oscilla tra l’incuria assoluta (si pensi allo sfruttamento illimitato delle risorse del pianeta o al mito individualistico del successo a scapito di una concezione solidaristica della vita) e la riduzione delle cure a procedure spersonalizzanti. Diversamente il principio materno umanizza le cure nel senso che custodisce il senso più profondo della cura come dedizione per il particolare. Esso ostacola la riduzione del volto al numero e afferma il principio etico che la cura, ogni pratica di cura, è sempre cura dell’”uno per uno”. È qui che ritroviamo l’essenziale della donazione materna: rendere ogni figlio unico, non secondo la legge del numero, ma secondo quella etica della insostituibilità. Il principio materno ci ricorda altresì che in ogni pratica di cura la responsabilità coincide con la capacità di rispondere al grido di chi soffre, di chi si trova in una condizione di inermità e abbandono, sia esso un paziente, un quartiere, una istituzione o, come hanno recentemente segnalato con forza le nuove generazioni, il nostro stesso pianeta. Ovunque vi sia responsabilità come risposta al grido di chi soffre è in atto una esperienza di umanizzazione della cura. Rispondere al grido è saper restare vicini a chi è ferito e vulnerabile, a chi è gettato nello sconforto. Una cura che sa essere umana è una cura che non lascia solo chi soffre senza però nutrirlo con l’onnipotenza illusoria di una terapia priva di limiti che lo sviluppo prodigioso della tecnologia rischia di alimentare. Non a caso la dimensione umanamente più profonda della cura si rivela proprio laddove si incontrano i limiti della terapia come insuperabili. Si tratta in questi casi di prendersi cura della inermità di chi soffre senza promettere guarigioni impossibili e senza accanirsi nell’evitare ad ogni costo della morte. L’umanizzazione della cura definisce innanzitutto la salvaguardia della dignità del paziente. In questo senso la tutela del fine vita può essere un atto di profonda cura proprio quando contraddice l’accanimento della volontà terapeutica. Allora la morte può essere un dono che assicura alla vita il suo diritto a morire laddove la terapia ha dovuto riconoscere il proprio scacco. In questi casi estremi, l’umanizzazione della cura significa non sostenere la vita come principio astratto e impersonale, ma ricordare che ogni vita è una, singolare e insostituibile; che ogni vita ha diritto a vivere e a morire a suo modo.

Massimo Recalcati. La Repubblica 2.9.2019

mag 252019
 

inconscio

E’ esistito un tempo in cui la parola “inconscio” non veniva immediatamente associata alla figura di Sigmund Freud. Lo stesso padre della psicoanalisi riconosce, in diversi passi della propria opera, il suo debito verso altre figure nel rinvenimento di questo mondo non immeditamente (e direttamente) conoscibile. In tempi di prevalenza neuroscientifica che sembra limitare nei fatti il concetto di inconscio ai circuiti del nostro apparato neurale, riscoprire le radici filosofiche da cui prende l’abbrivio il pensiero di Freud credo sia fondamentale sia per il pensiero psicoanalitico come per quello delle neuroscienze. Ripercorrendo la genesi della “scoperta” freudiana non possiamo, ad esempio, non considerare i rapporti del Maestro con Brentano del quale seguì i corsi universitari e che la critica ha trattato in due modalità: una passione passeggera non particolarmente rilevante del giovane Sigmund ovvero il necessario rinnegamento dell’opera del filosofo come condizione possibile per pensare l’inconscio. L’opera di Michele Di Martino prende le mosse proprio dalle riflessioni del dibattito sull’inconscio che fu uno dei temi maggiormente presente di buona parte delle filosofie del XIX secolo per arrivare al problema dell’inconscio nella fenomenologia di Husserl. E tenere a mente anche il contributo filosofico delle indagini sull’inconscio in tempi di riduzionismo scientifico, credo sia uno strumento di non poco conto nella nostra cassetta degli attrezzi analitica.

gen 022019
 

christopherbollas1

(…)  Sebbene tutti condividiamo elementi della personalità, e viviamo in gruppi abbastanza riconoscibili per disposizione (nevrotici, borderline, psicotici), questi elementi e categorie universali non descrivono il soggetto umano. Essi sono rivolti all’intera razza umana, ma il soggetto umano è presente in una precisa organizzazione di questi elementi e vive attraverso l’elaborazione idiomatica del Sé e degli altri. La psicoanalisi è particolarmente adatta all’analisi e alla facilitazione dell’idioma del vero Sé perchè l’analista, che “fornisce” al paziente un campo di oggetti (elementi della personalità dell’analista, elementi della procedura psicoanalitica, elementi di concetti psicoanalitici), crea un universo di oggetti talora osservabili nel quale il paziente si muove. Usando e organizzando gli oggetti, il paziente può vivere il vero Sé in queste esperienze. Questa forma di vita, però, non può essere raccolta in un contenuto narrativo. Il vero Sé  non può essere descritto completamente. Non somiglia tanto all’articolazione dei significati in parole che consentono di isolare un’unità di significato, come nella localizzazione di un significante, quanto al moto della musica sinfonica. Ma anche questa analogia non fa giustizia all’effimera formazione dell’esperienza del vero Sé. Ognuno inizia una vita con un vero Sé. E’ un potenziale ereditario che viene alla luce in seguito alle stimolazioni dell’esperienza. Ogni individuo è unico e il vero Sé è un idioma organizzativo che cerca il suo mondo personale attraverso l’uso dell’oggetto. Quando il soggetto vede un campo potenziale di oggetti, vede oggetti che gli interessano e questa procedura esige l’inconsapevole rifiuto di alcuni oggetti a favore degli oggetti del desiderio. Ciò avviene sia che il soggetto cerchi un partner, curiosi in una libreria o ascolti una sinfonia. La presenza dell’oggetto fa emergere il desiderio. In questo caso il desiderio è la spinta all’uso attivo dell’oggetto, sia che si tratti di amare l’oggetto, leggere l’oggetto o ascoltare l’oggetto. Se intendiamo oggetti nel senso più vasto di fenomeni dotati di una certa localizzazione, che possono essere trovati e catalizzare una certa esperienza, potremmo teoricamente descrivere il percorso del vero Sé rispecchato nella scelta soggettiva e nell’uso degli oggetti. Qui potremmo comprendere gli oggetti culturali, umani, materiale e così via.

La vita viene modellata talora come un’estetica, una forma rivelata dal modo di essere delle persone. Penso che esista una spinta specifica a modellare la vita, e la pulsione del destino è l’ininterrotto tentativo di scegliere e usare gli oggetti per dare un’espressione vissuta al vero Sé. Forse la creatività è il talento di articolare l’idioma. Se un individuo continua ad essere e a sentirsi sincero con se stesso ( ma non per compiacenza) ed è sorpreso dalla continua elaborazione del suo Sé, allora questa persona compie il proprio destino. Naturalmente in certi momenti della vita a tutti capita di bloccarsi e alcuni, purtroppo, restano bloccati per tutta la vita, forse a causa di circostanze psicologiche, familiari, culturali o politiche. Il grave ritardo del vero Sé relativo, per esempio, all’imprigionamento di un nero africano in Sudafrica, non necessita di una soluzione psicoanalitica clinica, ma di una soluzione politica a un problema politico. Se un bambino viene costretto a sequestrare e tenere il suo vero Sé, come ha detto Winnicott, da adulto potrà forse avere bisogno della psicoanalisi.

L’analizzando potrà creare e ricreare a lungo nel transfert e nel controtansfert il mondo oggettuale che ha precluso l’elaborazione del vero Sé. Così l’analizzando continuerà ad ispirare la mente della madre nell’analista, che potrà ripetere per anni l’interpretazione. Oppure l’analizzando scinderà e identificherà proiettivamente gli elementi del vero Sé, e quindi avrà un nucleo interiore danneggiato, incapace di trovare il vero senso della vita. L’analista potrà dedicare molto tempo alla riparazione della localizzazione del vero Sé dell’analizzando (ciò significa permettere al paziente di trovare una specie di “senso interno” o “senso di intuizione).

Ho scoperto, però, anche nel pieno della creazione del mondo oggettuale dell’analizzando, quando vengo usato per entrare a far parte del suo teatro, che l’analizzando progressivamente mi usa in modi diversi. Oppure spesso fa di me più usi simultanei. Il paziente usa occasionalmente elementi della mia  personalità, per usi specifici momentanei, per forgiare il proprio Sé dall’esperienza. Sento che un uso di me viene seguito da un altro uso, in una progressione di usi, senza che questa dialettica psichica si trasformi in una storia. Mentre ciò avviene penso di essere usato come oggetto dal vero Sé del paziente che tenta di articolare ed elaborare il suo idioma. E’ un uso inconsapevole di me, ma non nel senso della spietatezza, espressione dell’avidità o della spinta cannibalistica. Ho invece spesso la sensazione del piacere di essere usato e dell’essere utile. Mi sento così anche quando i miei figli, o uno studente all’università, mi cercano per discutere un’idea su cui stanno lavorando.

Cosa sono le forze del destino? Come sosteneva Freud, esiste un destino somatico che costituisce non solo il fato degli istinti ma la malattia e la morte potenziale di ciascuno. Esiste anche la forza del potenziale del vero Sé che a mio parere diventa la spinta ad articolare il proprio idioma. Esiste la forza della dialettica madre-bambino che diventa parte della struttura dell’Io, una logica che informa parzialmente il fato delle scelte oggettuali e delle esperienze umane. Diventiamo i portatori del nostro destino? Almeno in parte tutti noi abbiamo la sensazione di come non abbiamo articolato aspetti del nostro idioma. Penso, per esempio,  che il mio vero talento forse risiedeva nella composizione musicale, ma non so suonare alcuno strumento. Il fato e la non disponibilità di oggetti forse hanno contribuito a questa mancata articolazione. Ma so anche che non c’è nulla “in me” che possa trovare la propria articolazione nell’essere un ingegnere o un esperto di informatica. Da ragazzo giocavo a baseball e fui tentato dall’idea del professionismo e mantengo ancora una specie di rapporto da “arto fantasma” con quel Sé futuro (di giocatore professionista) che non sono mai diventato. Sento ancora le tracce dei gesti delle esperienze del mio Sé corporeo in un futuro che non si è mai materializzato e sento la mancanza di questa estensione di me stesso.

(…) Il piacere di amare e di essere amati non è forse la realizzazione di essere veramente conosciuti? In un certo senso, non è forse più importante essere conosciuti che amati dall’altro, se per amore intendiamo l’intensità di sensazioni che si riscontra quando due persone si innamorano? E questo atto di innamorarsi non è forse una specie  di affetto profondo per l’idioma dell’altro? Per il modo in cui si muove, sorride, parla, esprime i propri sentimenti? Quando si è innamorati non sono proprio le caratteristiche meno evidenti dell’altro che sono importanti? Il modo in cui usa le mani per gestire, il modo in cui dispone gli oggetti quotidiani, il modo in cui guarda il mondo in modi poco vistosi ma ben definiti? In altre parole, amare ed essere amati è un atto di profonda conoscenza ed apprezzamento, anche se buona parte di questa conoscenza resiste alla trasformazione in parole. I neonati, i bambini, gli adolescenti e gli adulti hanno bisogno di questo tipo di amore per compiere il destino in quanto articolazione del loro potenziale interiore. Una madre ama la natura precisa del suo bambino e lavora per incontrare quell’idioma, per dare al bambino ciò di cui ha bisogno per essere se stesso. La cura materna è quindi una conoscenza che è un atto d’amore e il fatto che il bambino abbia un destino o un fato dipende, secondo me, dalla capacità della madre di amare il bambino in modo consapevole.

(…) La spinta all’elaborazione del vero Sé, quindi, porta il soggetto nel mondo degli oggetti, che sono una parte fondamentale dell’elaborazione potenziale del vero Sé. Se pensiamo alla psicoanalisi, possiamo dire che quando l’analizzando usa elementi della personalità dell’analista atrtaverso i quali muovere ed articolare un potenziale, l’abilità dell’analista costituisce un percorso significativo per l’articolazione del Sé del paziente. Una delle forze del destino nella psiconalisi, quindi, ha sede nell’uso intelligente dell’analista, che gli permette di entrare a far parte dell’elaborazione  del vero Sé dell’analizzando.

Christopher Bollas, (1989) Forze del destino.

mar 252018
 
fornariguerra

“L’esperienza clinica insegna che quando una realtà distruttiva viene coperta da simboli d’amore esiste la possibilità che ciò costituisca una operazione destinata a coprire profonde angosce depressive o persecutive e che tale occultamento abbia in sé grande probabilità di predisporre colui che lo fa a distorsioni gravi nell’esame di realtà e quindi a non trovarsi nelle condizioni di poter prevedere correttamente le conseguenze possibili dei suoi atti.”

Franco Fornari, Psicoanalisi della guerra