lug 302017
 

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Franco De Masi non ha bisogno di molte presentazioni per chi pratica l’area della psicoanalisi. Già Presidente del Centro Milanese di Psicoanalisi, membro della Società Italiana di Psicoanalisi, ha al suo attivo molte pubblicazioni con una particolare attenzione per la comprensione psicoanalitica e la terapia dei pazienti più gravi. Leggere, però, il suo “Psicopatologia e Psicoanalisi Clinica” – ed. Mimesis, 2016 (pag. 216), ci riporta non solo ai fondamentali della materia, ma a tutto ciò che nella storia della disciplina si è mantenuto integro e vitale tenendo conto degli autori che hanno ampliato e contribuito all’evoluzione delle tecniche e delle teorie analitiche. Lontano dall’idea che esista una singola teoria psicoanalitica ortodossa, De Masi passa in rassegna i concetti del lavoro analitico senza pensare ad una loro linearità, ma cogliendone le molteplici stratificazioni che si sono aggiunte nel corso del tempo. Il testo non vuole essere una “summa” del sapere psicoterapeutico/psicoanalitico, ma è il naturale sviluppo dei suoi insegnamenti agli allievi della Sezione Milanese dell’Istituto Nazionale del Training della Società Psicoanalitica Italiana, registrate e trascritte dagli allievi e riviste dall’Autore. Il testo è, a mio modesto parere, un importante strumento da tenere nella cassetta degli attrezzi di chi sente la necessità di confrontarsi con chi ha praticato quest’arte e, soprattutto, ha vissuto in prima persona il presentarsi di nuove idee e tecniche che oggi vengono considerate dei classici, nel bene e nel male.

“L’aspettativa dei giovani analisti, che anch’io avevo ai miei tempi, è di poter arrivare a possedere un sistema organico di teorie e conoscenze tali da poter comprendere e orientarsi con sicurezza nel lavoro clinico. Purtroppo, invece, la conoscenza analitica deriva, e si arricchisce continuamente, dalla pratica clinica, che perciò diventa sempre più efficace. Non è possibile nessuna conoscenza valida sempre. Spesso l’analista , anche quando ha raggiunto un elevato livello di competenza, si meraviglia di quel che ancora non conosce e di come si ampli continuamente la sua visione. Se guardiamo le cose da questo punto di vista, è chiaro che non esiste una teoria generale della psicoanalisi, ossia non esiste una teoria esplicativa che possa aiutarci a comprendere la molteplicità dell’esperienza clinica. Esistono invece alcune ipotesi che possono rivelarsi utile quando sono applicate ad ambiti psicopatologici specifici. In psicoanalisi, come in ogni scienza, non esistono verità eterne…”

mag 012017
 

keyes

Riproposto nella XII edizione nelle librerie, “Una stanza piena di gente” di Daniel Keyes è ormai un classico della letteratura non-fiction psicologica da leggere sia per la qualità della scrittura che per il tema trattato: il magistrale resoconto in presa diretta della storia personale e giudiziaria di un uomo con 24 personalità che tenne all’erta gli americani negli anni ’80 dello scorso secolo. Uscito nel 1981, ancora oggi rimane un testo che ci interroga non tanto sulla cosiddetta malattia mentale – nel caso specifico di quello che oggi è classificato come disturbo dissociativo dell’identità – ma su cosa può contenere la nostra mente, sui modi in cui può funzionare, sui rapporti tra il disturbo mentale e la società o, meglio ancora, sulle nostre risposte personali a ciò che consideriamo lontano da noi. E che lontano non è. La narrazione tesa e senza cali di tensione di Keyes lascia trasparire, tra le tante, l’idea della molteplicità che alberga anche nella nostra mente e di come ci muoviamo, forse, sul filo di una stessa linea che va da ciò che riteniamo e sentiamo come “normale” all’altro capo considerato come follia. Oggetti interni, parafrasando la psicoanalisi, che possono parlarsi e costituire la nostra identità “fusa” e sfaccettata oppure non riuscire a coesistere contemporaneamente e prendere ognuna il comando delle operazioni del nostro vivere escludendo le altre. Il racconto si ferma agli inizi degli anni ’80, con Billy Milligan ancora internato e alle prese con una vicenza giudiziaria molto complessa e apparentemente non risolta. Ma nel 1991, dopo altri due trasferimenti in manicomio, fu dichiarato guarito dalla patologia mentale da cui era affetto e non più sottoposto a cure psichiatriche. Si trasferì quindi in California dove fondò una casa cinematografica la Stormy Life Productions. Morì, all’età di 59 anni, nel dicembre del 2014 a seguito di un sarcoma molto aggressivo.

ott 242016
 

“Sta qui l’esperienza dell’azione umana [...] riconoscere la natura del desiderio che è al centro di tale esperienza, che una revisione etica è possibile, che un giudizio etico è possibile, il quale ripresenta la questione nel suo valore di Giudizio Universale – Avete agito conformemente al desiderio che vi abita?”

J. Lacan, Il seminario. Libro VII. L’etica della psicoanalisi (§ XXIV. I paradossi dell’etica)