Dorino Piras

La Salute, l'Ambiente, il Lavoro

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La cura torni ad essere madre. Massimo Recalcati

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Nel nostro tempo il carisma etico del padre ha lasciato il posto all’apologia scientista del numero. Anche la pratica delle cure risente di questo mutamento di paradigma. Diagrammi, costanti biologiche, protocolli, percentuali, comparazioni quantitative — necessarie ad ogni ricerca scientifica — rischiano di alimentare un feticismo della cifra che finisce per farci dimenticare che dietro ad un numero c’è sempre un corpo, un volto, un nome proprio, una vita che soffre. Lo stesso criterio di salute tende oggi a trasfigurarsi in un imperativo normativo se non in un vero e proprio comando igienista. In realtà il culto del benessere a cui oggi nessuno dovrebbe sfuggire impone una versione univoca e solo numerologica della felicità che corrisponde ad un tipo antropologico astratto. Questa ambizione emana un odore fatalmente fascisteggiante: attraverso l’imposizione di un ideale universale di salute e di benessere l’igienismo ipermoderno vorrebbe cancellare il carattere disarmonico, storto, sempre irregolare della vita umana. La malattia e la morte — come lo straniero, il migrante, la povertà, la follia — incarnano una differenza scabrosa che deve essere appianata. Nell’ideale positivo e universale della salute alberga sempre il rischio di una uniformazione della vita, di una sua medicalizzazione salutista. Non esiste infatti un criterio universale né della salute, né, tantomeno, della felicità. È questa una definizione precisa e inquietante che Lacan dava del totalitarismo: fare della felicità una misura universale. Con l’aggiunta essenziale che ogni volta che l’altro si prodiga per fare il nostro bene c’è sempre in agguato il rischio di perdere la nostra libertà. In questo contesto assume sempre più importanza il tema della cosiddetta umanizzazione delle cure. Non si tratta di rinunciare alla ricerca scientifica o agli strumenti specialistici di indagine diagnostica e di intervento terapeutico nel nome di un umanismo astratto, quanto, piuttosto, di ribadire, proprio nel tempo del dominio incontrastato della scienza e della tecnica, la centralità della dimensione della cura come attenzione per la singolarità irriducibile del paziente. Più precisamente, si tratta di calibrare ogni volta il codice paterno proprio del piano normativo delle procedure diagnostiche e terapeutiche — che, come tale, esige sempre nei pazienti una quota di oggettivazione — con il principio materno proprio della necessaria particolarizzazione delle cure. Questo principio consiste nel contrastare il carattere anonimo, standard, impersonale delle pratiche di cura. Il nostro tempo oscilla tra l’incuria assoluta (si pensi allo sfruttamento illimitato delle risorse del pianeta o al mito individualistico del successo a scapito di una concezione solidaristica della vita) e la riduzione delle cure a procedure spersonalizzanti. Diversamente il principio materno umanizza le cure nel senso che custodisce il senso più profondo della cura come dedizione per il particolare. Esso ostacola la riduzione del volto al numero e afferma il principio etico che la cura, ogni pratica di cura, è sempre cura dell’”uno per uno”. È qui che ritroviamo l’essenziale della donazione materna: rendere ogni figlio unico, non secondo la legge del numero, ma secondo quella etica della insostituibilità. Il principio materno ci ricorda altresì che in ogni pratica di cura la responsabilità coincide con la capacità di rispondere al grido di chi soffre, di chi si trova in una condizione di inermità e abbandono, sia esso un paziente, un quartiere, una istituzione o, come hanno recentemente segnalato con forza le nuove generazioni, il nostro stesso pianeta. Ovunque vi sia responsabilità come risposta al grido di chi soffre è in atto una esperienza di umanizzazione della cura. Rispondere al grido è saper restare vicini a chi è ferito e vulnerabile, a chi è gettato nello sconforto. Una cura che sa essere umana è una cura che non lascia solo chi soffre senza però nutrirlo con l’onnipotenza illusoria di una terapia priva di limiti che lo sviluppo prodigioso della tecnologia rischia di alimentare. Non a caso la dimensione umanamente più profonda della cura si rivela proprio laddove si incontrano i limiti della terapia come insuperabili. Si tratta in questi casi di prendersi cura della inermità di chi soffre senza promettere guarigioni impossibili e senza accanirsi nell’evitare ad ogni costo della morte. L’umanizzazione della cura definisce innanzitutto la salvaguardia della dignità del paziente. In questo senso la tutela del fine vita può essere un atto di profonda cura proprio quando contraddice l’accanimento della volontà terapeutica. Allora la morte può essere un dono che assicura alla vita il suo diritto a morire laddove la terapia ha dovuto riconoscere il proprio scacco. In questi casi estremi, l’umanizzazione della cura significa non sostenere la vita come principio astratto e impersonale, ma ricordare che ogni vita è una, singolare e insostituibile; che ogni vita ha diritto a vivere e a morire a suo modo.

Massimo Recalcati. La Repubblica 2.9.2019

La questione filosofica dell’inconscio

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E’ esistito un tempo in cui la parola “inconscio” non veniva immediatamente associata alla figura di Sigmund Freud. Lo stesso padre della psicoanalisi riconosce, in diversi passi della propria opera, il suo debito verso altre figure nel rinvenimento di questo mondo non immeditamente (e direttamente) conoscibile. In tempi di prevalenza neuroscientifica che sembra limitare nei fatti il concetto di inconscio ai circuiti del nostro apparato neurale, riscoprire le radici filosofiche da cui prende l’abbrivio il pensiero di Freud credo sia fondamentale sia per il pensiero psicoanalitico come per quello delle neuroscienze. Ripercorrendo la genesi della “scoperta” freudiana non possiamo, ad esempio, non considerare i rapporti del Maestro con Brentano del quale seguì i corsi universitari e che la critica ha trattato in due modalità: una passione passeggera non particolarmente rilevante del giovane Sigmund ovvero il necessario rinnegamento dell’opera del filosofo come condizione possibile per pensare l’inconscio. L’opera di Michele Di Martino prende le mosse proprio dalle riflessioni del dibattito sull’inconscio che fu uno dei temi maggiormente presente di buona parte delle filosofie del XIX secolo per arrivare al problema dell’inconscio nella fenomenologia di Husserl. E tenere a mente anche il contributo filosofico delle indagini sull’inconscio in tempi di riduzionismo scientifico, credo sia uno strumento di non poco conto nella nostra cassetta degli attrezzi analitica.

Forze del destino. Christopher Bollas

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(…)  Sebbene tutti condividiamo elementi della personalità, e viviamo in gruppi abbastanza riconoscibili per disposizione (nevrotici, borderline, psicotici), questi elementi e categorie universali non descrivono il soggetto umano. Essi sono rivolti all’intera razza umana, ma il soggetto umano è presente in una precisa organizzazione di questi elementi e vive attraverso l’elaborazione idiomatica del Sé e degli altri. La psicoanalisi è particolarmente adatta all’analisi e alla facilitazione dell’idioma del vero Sé perchè l’analista, che “fornisce” al paziente un campo di oggetti (elementi della personalità dell’analista, elementi della procedura psicoanalitica, elementi di concetti psicoanalitici), crea un universo di oggetti talora osservabili nel quale il paziente si muove. Usando e organizzando gli oggetti, il paziente può vivere il vero Sé in queste esperienze. Questa forma di vita, però, non può essere raccolta in un contenuto narrativo. Il vero Sé  non può essere descritto completamente. Non somiglia tanto all’articolazione dei significati in parole che consentono di isolare un’unità di significato, come nella localizzazione di un significante, quanto al moto della musica sinfonica. Ma anche questa analogia non fa giustizia all’effimera formazione dell’esperienza del vero Sé. Ognuno inizia una vita con un vero Sé. E’ un potenziale ereditario che viene alla luce in seguito alle stimolazioni dell’esperienza. Ogni individuo è unico e il vero Sé è un idioma organizzativo che cerca il suo mondo personale attraverso l’uso dell’oggetto. Quando il soggetto vede un campo potenziale di oggetti, vede oggetti che gli interessano e questa procedura esige l’inconsapevole rifiuto di alcuni oggetti a favore degli oggetti del desiderio. Ciò avviene sia che il soggetto cerchi un partner, curiosi in una libreria o ascolti una sinfonia. La presenza dell’oggetto fa emergere il desiderio. In questo caso il desiderio è la spinta all’uso attivo dell’oggetto, sia che si tratti di amare l’oggetto, leggere l’oggetto o ascoltare l’oggetto. Se intendiamo oggetti nel senso più vasto di fenomeni dotati di una certa localizzazione, che possono essere trovati e catalizzare una certa esperienza, potremmo teoricamente descrivere il percorso del vero Sé rispecchato nella scelta soggettiva e nell’uso degli oggetti. Qui potremmo comprendere gli oggetti culturali, umani, materiale e così via.

La vita viene modellata talora come un’estetica, una forma rivelata dal modo di essere delle persone. Penso che esista una spinta specifica a modellare la vita, e la pulsione del destino è l’ininterrotto tentativo di scegliere e usare gli oggetti per dare un’espressione vissuta al vero Sé. Forse la creatività è il talento di articolare l’idioma. Se un individuo continua ad essere e a sentirsi sincero con se stesso ( ma non per compiacenza) ed è sorpreso dalla continua elaborazione del suo Sé, allora questa persona compie il proprio destino. Naturalmente in certi momenti della vita a tutti capita di bloccarsi e alcuni, purtroppo, restano bloccati per tutta la vita, forse a causa di circostanze psicologiche, familiari, culturali o politiche. Il grave ritardo del vero Sé relativo, per esempio, all’imprigionamento di un nero africano in Sudafrica, non necessita di una soluzione psicoanalitica clinica, ma di una soluzione politica a un problema politico. Se un bambino viene costretto a sequestrare e tenere il suo vero Sé, come ha detto Winnicott, da adulto potrà forse avere bisogno della psicoanalisi.

L’analizzando potrà creare e ricreare a lungo nel transfert e nel controtansfert il mondo oggettuale che ha precluso l’elaborazione del vero Sé. Così l’analizzando continuerà ad ispirare la mente della madre nell’analista, che potrà ripetere per anni l’interpretazione. Oppure l’analizzando scinderà e identificherà proiettivamente gli elementi del vero Sé, e quindi avrà un nucleo interiore danneggiato, incapace di trovare il vero senso della vita. L’analista potrà dedicare molto tempo alla riparazione della localizzazione del vero Sé dell’analizzando (ciò significa permettere al paziente di trovare una specie di “senso interno” o “senso di intuizione).

Ho scoperto, però, anche nel pieno della creazione del mondo oggettuale dell’analizzando, quando vengo usato per entrare a far parte del suo teatro, che l’analizzando progressivamente mi usa in modi diversi. Oppure spesso fa di me più usi simultanei. Il paziente usa occasionalmente elementi della mia  personalità, per usi specifici momentanei, per forgiare il proprio Sé dall’esperienza. Sento che un uso di me viene seguito da un altro uso, in una progressione di usi, senza che questa dialettica psichica si trasformi in una storia. Mentre ciò avviene penso di essere usato come oggetto dal vero Sé del paziente che tenta di articolare ed elaborare il suo idioma. E’ un uso inconsapevole di me, ma non nel senso della spietatezza, espressione dell’avidità o della spinta cannibalistica. Ho invece spesso la sensazione del piacere di essere usato e dell’essere utile. Mi sento così anche quando i miei figli, o uno studente all’università, mi cercano per discutere un’idea su cui stanno lavorando.

Cosa sono le forze del destino? Come sosteneva Freud, esiste un destino somatico che costituisce non solo il fato degli istinti ma la malattia e la morte potenziale di ciascuno. Esiste anche la forza del potenziale del vero Sé che a mio parere diventa la spinta ad articolare il proprio idioma. Esiste la forza della dialettica madre-bambino che diventa parte della struttura dell’Io, una logica che informa parzialmente il fato delle scelte oggettuali e delle esperienze umane. Diventiamo i portatori del nostro destino? Almeno in parte tutti noi abbiamo la sensazione di come non abbiamo articolato aspetti del nostro idioma. Penso, per esempio,  che il mio vero talento forse risiedeva nella composizione musicale, ma non so suonare alcuno strumento. Il fato e la non disponibilità di oggetti forse hanno contribuito a questa mancata articolazione. Ma so anche che non c’è nulla “in me” che possa trovare la propria articolazione nell’essere un ingegnere o un esperto di informatica. Da ragazzo giocavo a baseball e fui tentato dall’idea del professionismo e mantengo ancora una specie di rapporto da “arto fantasma” con quel Sé futuro (di giocatore professionista) che non sono mai diventato. Sento ancora le tracce dei gesti delle esperienze del mio Sé corporeo in un futuro che non si è mai materializzato e sento la mancanza di questa estensione di me stesso.

(…) Il piacere di amare e di essere amati non è forse la realizzazione di essere veramente conosciuti? In un certo senso, non è forse più importante essere conosciuti che amati dall’altro, se per amore intendiamo l’intensità di sensazioni che si riscontra quando due persone si innamorano? E questo atto di innamorarsi non è forse una specie  di affetto profondo per l’idioma dell’altro? Per il modo in cui si muove, sorride, parla, esprime i propri sentimenti? Quando si è innamorati non sono proprio le caratteristiche meno evidenti dell’altro che sono importanti? Il modo in cui usa le mani per gestire, il modo in cui dispone gli oggetti quotidiani, il modo in cui guarda il mondo in modi poco vistosi ma ben definiti? In altre parole, amare ed essere amati è un atto di profonda conoscenza ed apprezzamento, anche se buona parte di questa conoscenza resiste alla trasformazione in parole. I neonati, i bambini, gli adolescenti e gli adulti hanno bisogno di questo tipo di amore per compiere il destino in quanto articolazione del loro potenziale interiore. Una madre ama la natura precisa del suo bambino e lavora per incontrare quell’idioma, per dare al bambino ciò di cui ha bisogno per essere se stesso. La cura materna è quindi una conoscenza che è un atto d’amore e il fatto che il bambino abbia un destino o un fato dipende, secondo me, dalla capacità della madre di amare il bambino in modo consapevole.

(…) La spinta all’elaborazione del vero Sé, quindi, porta il soggetto nel mondo degli oggetti, che sono una parte fondamentale dell’elaborazione potenziale del vero Sé. Se pensiamo alla psicoanalisi, possiamo dire che quando l’analizzando usa elementi della personalità dell’analista atrtaverso i quali muovere ed articolare un potenziale, l’abilità dell’analista costituisce un percorso significativo per l’articolazione del Sé del paziente. Una delle forze del destino nella psiconalisi, quindi, ha sede nell’uso intelligente dell’analista, che gli permette di entrare a far parte dell’elaborazione  del vero Sé dell’analizzando.

Christopher Bollas, (1989) Forze del destino.

Massimo Recalcati: Nevrosi

 Massimo Recalcati ci racconta l’Isteria e la Nevrosi Ossessiva sotto lo sguardo di Lacan

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Pulsione, godimento, desiderio

La pulsione e il desiderio. Il godimento e l’Altro. Cos’altro è la nevrosi che preparare in continuazione la valigia per un viaggio che non si riesce ad iniziare?

Psicoanalisi della guerra

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“L’esperienza clinica insegna che quando una realtà distruttiva viene coperta da simboli d’amore esiste la possibilità che ciò costituisca una operazione destinata a coprire profonde angosce depressive o persecutive e che tale occultamento abbia in sé grande probabilità di predisporre colui che lo fa a distorsioni gravi nell’esame di realtà e quindi a non trovarsi nelle condizioni di poter prevedere correttamente le conseguenze possibili dei suoi atti.”

Franco Fornari, Psicoanalisi della guerra

Il fascismo secondo Reich

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In tempi di rigurgito fascista, uno sguardo a Reich e al suo “Psicologia di massa del fascismo” è ancora una delle migliori letture per comprendere cosa stia accadendo oggi.

 

” Il fascismo, nella sua forma più pura, è la somma di tutte le reazioni irrazionali del carattere umano medio. Il sociologo ottuso, a cui manca il coraggio di riconoscere il ruolo predominante della irrazionalità nella storia dell’umanità, considera la teoria fascista della razza soltanto un interesse imperialistico, per dirla con parole più blande, un “pregiudizio”. Lo stesso dicasi per il politico irresponsabile e retorico. L’intensità e la vasta diffusione di questi “pregiudizi razziali” sono la prova che essi affondano le loro radici nella parte irrazionale del carattere umano. La teoria della razza non è una creazione del fascismo. Al contrario: il fascismo è una creazione dell’odio razziale e la sua espressione politicamente organizzata. Di conseguenza esiste un fascismo tedesco, italiano, spagnolo, anglosassone… L’ideologia razziale è una tipica espressione caratteriale biopatica dell’uomo orgasticamente impotente”

Cosa ne hai fatto di ciò che hai subito? Vera e falsa psicoanalisi

Un’idea della psicoanalisi è quella che non esista il determinismo. La vulgata più comune attribuisce invece a Freud il marchio che si diventa come si è perchè i propri genitori – o qualunque cosa sia avvenuta in tenerissima età  e dopo – ci abbiano forgiato così come siamo ora. In realtà la domanda che la psicoanalisi ci rivolge è semplice: cosa ne hai fatto di ciò che hai subito? Perchè se si prende il soggetto solo come vittima rimarrà inchiodato in questa posizione per tutta la vita.

Nuovi confini della psicoanalisi

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   Molta letteratura psicoanalitica mostra le proprie Colonne d’Ercole, al di là delle quali non è possibile andare, in quadri psicopatologici diversi arrivando al limite della possibilità di poter dare un aiuto significativo a patologie come la schizofrenia (per quanto valga oggi tale inquadramento). L’idea sottostante è spesso ancora quella che esista un continuum tra quadri cosiddetti “nevrotici” più affrontabili e con maggiori risorse disponibili per la “guarigione” (e qui non ci addentreremo su cosa ciò significhi in analisi) passando poi per gli stati “borderline” e quindi le psicosi, con minori chance di trattamento. Eppure per diverse ragioni facilmente comprensibili, si sta aprendo la strada una riflessione sui limiti e sull’opportunità dell’esperienza analitica in persone ormai anziane e che in passato non erano considerate idonee al trattamento analitico. L’idea non è certamente una novità, soprattutto ricordando come in campo medico gli operatori si trovino sempre più di fronte a pazienti anche molto anziani che vengono non solo assistiti, ma a cui vengono in numero sempre crescente proposte terapie anche impegnative. Nella storia della psicoanalisi si è assistito sempre più ad un ampliamento delle fasce d’età che possono avere giovamento dalla talking cure, ricordando sempre come fossero considerati limiti invalicabili l’età pediatrica da un lato e la maturità dall’altro. Se la comparsa di clinici come Melanie Klein hanno rappresentato un vero e proprio cambio di paradigma per l’età infantile, forse il tempo è maturo per una riflessione molto approfondita e sistematica sull’età “estrema” a cui la psicoanalisi può rivolgere i propri benefici. Tra i tanti, mi piace riportare una riflessione di Franco De Masi nel suo “psicopatologia e psicoanalisi clinica” dove lamenta da un lato come la letteratura psicoanalitica trascuri abbastanza la sofferenza connessa all’invecchiamento , mentre dall’altro segnala come ” i pochi casi trattati analiticamente presenti nella letteratura hanno risultati sorprendentemente buoni e, pertanto, sarebbe molti utile se gli analisti fossero più consapevoli della richiesta d’aiuto da parte delle persone anziane che mancano di “oggetti” capaci di accogliere la loro angoscia e trasformarla”.

Paranoia. Luigi Zoja e la caffettiera della nonna

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Chi è il paranoico e perchè può oggi interessarci in maniera così stringente? Può la paranoia essere adoperata come uno strumento – non il solo certamente – attraverso cui capire meglio il nostro tempo? Luigi Zoja ci pone, in questo suo testo dalla leggibile complessità, di fronte a questa logica  nascosta che procede scambiando cause con effetti intravvedendo la possibilità di fuoriuscita dalla patologia individuale a quella della “massa”. E questo “stile sragionante” dove si spinge il proprio male all’esterno, inventando ostacoli ed ostilità e attribuendo sempre a qualcosa di “esterno”, “Altro da sè” tutti i guai passati, presenti e futuri, sembra davvero essere una delle cifre con cui guardiamo oggi il mondo. Con l’importante notazione di come esistano infinite gradazioni dalla normalità a ciò che definiamo come pazzia. Per capirci meglio basta riandare al caso della “caffettiera della nonna”. Un’ anziana signora era assistita da una giovane ragazza che viveva con lei. Un giorno la ragazza vide una caffettiera nella vetrinetta e disse: ” Che bella caffettiera!” La nonna cominciò a sospettare: quella caffettiera le piace troppo, potrebbe rubarla. Così la nascose. Dopo qualche giorno alla nonna venne voglia di caffè. e, abitudinaria come tutti gli anziani, cercò la caffettiera nella vetrinetta. E non la trovò, dimenticandosi che l’aveva nascosta. “La caffettiera non c’è più, dunque è stata rubata dalla ragazza” ricavando una conferma dalle premesse che lei stessa aveva creato.