feb 092015
 

filosofia della curaCosa significa prendersi cura della propria vita e di quella degli altri? Perchè siamo quello che facciamo e quello di cui abbiamo cura?  Esiste una “passione per il bene”? Da Levinas ad Heidegger, da S. Giovanni ad Hanna Arendt esiste un’interrogazione costante su cosa significhi “prendersi cura” della vita, propria e di quella degli altri. Ma soprattutto “se ci prendiamo cura delle persone quello che accade nello scambio relazionale con l’altro diverrà parte di noi. Della cura si può pertanto parlare nei termini di una fabbrica dell’essere”. Libro emozionante questo di Luigina Mortari, Direttrice del Dipartimento di Filosofia, Pedagogia e Psicologia dell’Università di Verona e dove insegna Epistemologia della ricerca qualitativa alla Scuola di Medicina e Chirurgia. Con un linguaggio preciso ma semplice e piano siamo immediatamente calati nella realtà del processo di cura che non significa parlare di Medicina o di Pedagogia, ma parlare della nostra vita di tutti i giorni, della passione per il bene che diventa un nuovo modo di interrogare se stessi e la propria vita.

ago 182014
 

sanità tunnel

Certamente un traguardo di cui andare fieri: raggiunti i 4000 trapianti di rene inPiemonte. Ma cosa ci può insegnare questo risultato? Se infatti da un lato si rimarcano i numeri raggiunti dalle tre sedi in cui fattivamente viene compiuto l’atto finale del trapianto, dall’altro si tende a dimenticare che questo è l’ultimo anello di una catena ben più ampia e misconosciuta. Gli organi infatti vengono prelevati nelle diverse sedi ospedaliere abilitate, che sono per la maggior parte diverse da quelle di “impianto” e che vedono la mobilizzazione di medici di diverse specialità (anestesisti-rianimatori, urologi, anatomo-patologi ecc.), infermieri di sala operatoria e non, tecnici laboratoristi, personale addetto al trasporto fino, a volte, alle stesse forze dell’ordine che garantiscono e agevolano il trasporto stesso. E che spesso avviene di notte e in giorni “festivi”, per lasciare a disposizione le sale operatorie per la “normale” attività diurna di interventistica. E che si avvale di una vera e propria rete ramificata composta di molte professionalità nelle diverse aree geografiche che vanno al di là delle stesse regioni, se non degli Stati stessi. Un lavoro davvero “oscuro” verrebbe da dire. E qui sta l’insegnamento della Medicina moderna, che raggiunge questi risultati quando agisce come una “rete”, “insieme”, sincronizzata, al di là molto spesso di ciò che persino è dovuto contrattualmente, con sacrificio personale. La Medicina moderma è questa, dove certamente esiste chi deve comandare ma che, a differenza del passato, non può più solo basarsi su capacità concentrate in poche “mani” di illustri professori di chiara fama. Esiste cioè una consapevolezza e capacità tecnica che è distribuita molto più estesamente rispetto al passato. Ecco perchè, soprattutto oggi, è particolarmente errato parlare solo di “eccellenze” che danno lustro alla nostra sanità pedemontana, dimenticandosi che l’eccellenza è un prodotto diffuso territorialmente. E che non può manifestarsi se tutto il resto del sistema territoriale non la sostiene, a volte anche solo per compiere tutto il lavoro che deve essere svolto per dare sollievo alle richieste del proprio ambito geografico. Perchè per fare buoni trapianti è necessario che qualcuno, oltre a rendere disponibile un organo, si prenda carico di svolgere tutta quell’attività chirurgica che non può essere svolta nei cosiddetti centri di eccellenza. Un diamante, quindi, davvero molto sfaccettato e di una complessità poco conosciuta anche da chi deve fare buona informazione. Oltre al grande centro dove si dona nuova vita, esistono medici che convincono e raccolgono il consenso a donare gli organi, persone che spendono la propria capacità morale e che si caricano del lato “triste” della successiva vittoria, che si siedono di fronte ai familiari di un donatore che quella sera torneranno a casa con un altro stato d’animo e che rappresentano, anch’essi degli eroi davvero positivi dei nostri tempi edonistici ed individualistici. La Medicina dei soliti ignoti che non finiscono certamente sui giornali, ma che costruiscono tutti insieme la moderna Medicina, di chi cura, di chi riceve la cura e di chi rinuncia alla vita dei propri cari per donare. I soliti ignoti, insomma…

mar 242014
 

Churchill

Parafransando un po’ Churchill, la risposta negativa ad eventuali tagli alle risorse destinate alla sanità potrebbe formularsi in questo modo: “e allora per cosa stiamo combattendo? Perchè facciamo questa guerra?”. Qual è , in buona sostanza, il motivo vero per il quale prosciughiamo risorse: ottenere la salvaguardia delle voci di spesa più importanti? Riscoprire quali siano le priorità, serve alla fin fine proprio a proteggerle…

mar 232014
 

siringa-con-aghi.jpg

In tempi di spending review il lavoro sanitario è certamente uno degli argomenti su cui si esercitano esperti di ogni caratura con soluzioni talvolta fantasiose. Tagli lineari di miliardi di euro sono annunciati in ogni dove mediatico incontrando resistenze e plausi spesso acritici o semplicemente esasperati dalle diverse esperienze di buona o cattiva prestazione sanitaria ricevuta nella vita di ognuno. In pochi, però, arrivano a capire l’organizzazione della diagnosi e cura che oggigiorno si trova ad affrontare le nuove esigenze dei cittadini che ricorrono ai servizi ospedalieri o di base. Compreso chi dovrebbe governare il sistema a livello regionale o di azienda sanitaria. Senza addentrarsi in analisi poco adatte a questa piccola nota, molti pensano il lavoro sanitario  come quello di una fabbrica nella quale i diversi lavoratori, nella diversità delle competenze, eseguono fondamentalmente tutti il medesimo compito e ogni unità lavorativa esegue da solo tutti i passi per fabbricare un oggetto. Con questa logica la produzione dell’oggetto sarà funzione del semplice numero di lavoratori il cui contributo sarà la divisione del numero di oggetti prodotti per il numero degli stessi lavoratori. Potremo quindi modulare il semplice numero dei lavoratori per ottenere maggiore o minore produzione o fare in modo che ogni lavoratore produca più velocemente l’oggetto in questione riducendo il tempo di fabbricazione. Ma il sistema delle cure appartiene ad un altro tipo di “fabbrica”. In questo diverso laboratorio ogni singola persona svolge un compito differente, una parte del lavoro finale e per fabbricare anche un unico oggetto i lavoratori devono per forza cooperare. Questa divisione del lavoro è già economicamente più efficiente in quanto la specializzazione permette a ciascuna unità lavorativa di diventare molto esperto in un determinato compito e di portare al massimo, appunto, l’efficienza lavorativa. In questo caso, però, cambiando il numero dei lavoratori – in più o in meno – non si assiste ad una modificazione del prodotto finale in percentuale al numero delle persone che vengono aggiunte o tolte. Paradossalmente, aggiungere o diminuire il personale potrebbe portare allo stesso risultato finale non prevedibile: aggiungere nuove figure lavorative potrebbe portare sia ad un miglioramento che ad un peggioramento se si interferisse con il flusso di lavoro. Questo è quello che succede nell’organizzazione sanitaria: la correttezza – ed anche il numero – delle prestazioni dipende più dall’organizzazione e dalla sapiente miscela dele conoscenze tra le diverse parti più che dal loro numero. Se inoltre inserirete in tutto questo le parole merito, preparazione, capacità di collaborazione, inventiva, capacità di innovazione, ricerca, è possibile che abbiate le chiavi per costruire non solo una nuova organizzazione sanitaria più efficace e con costi minori, ma un Paese diverso all’altezza di sfide più complicate.

feb 232014
 

lancet

Se uno Stato va in bancarotta come sarà la salute dei suoi cittadini? E se rifiuta i diktat dei creditori internazionali sui tagli del servizio sanitario cambierà qualcosa? La risposta ci arriva da uno studio pubblicato a febbraio sulla forse più prestigiosa al mondo rivista medico-scientifica “Lancet” compilato da ricercatori delle università inglesi di Cambridge ed Oxford. Mentre la risposta alla prima domanda appare più prevedibile, la seconda è tutt’altro che scontata. Ma andiamo per ordine.

I ricercatori hanno preso in considerazione i dati provenienti dalla Grecia di cui tutti conosciamo la parabola economica recente e che certamente non può pensarsi come culturalmente diversa dalla Francia o dalla Germania. I risultati sono stati davvero al di là delle attese: la mortalità infantile è raddoppiata con un aumento dei bambini sottopeso alla nascita di quasi il 20%, cifra pari a quella dei bambini nati morti. La situazione è così grave  per le persone affette da malattie croniche gravi come ad esempio il diabete che spendono tutte le loro risorse solo per comprare cibo oppure l’insulina per sopravvivere. Il taglio delle forniture di siringhe monouso ha poi fatto impennare le infezioni da AIDS da 15 a quasi 500 in tre anni.

Ma se in Grecia questa è la situazione imposta dalla Troika europea che ha obbligato al dimezzamento del bilancio del Servizio Sanitario, i ricercatori britannici hanno scovato un vero e proprio caso “di scuola” dove le cose sono andate diversamente grazie alle decisioni politiche prese in controtendenza, o meglio in speculare contrasto rispetto alla Banca Centrale Europea o al Fondo Monetario. Infatti ci eravamo dimenticati della feroce crisi economico-finanziaria che qualche anno orsono aveva colpito l’Islanda, che invece aveva duramente respinto le misure dettate dai creditori internazionali e dal fondo monetario – pur ricordando che Rejkyavik non fa parte dell’Unione Europea. Gl islandesi,, così come i finlandesi, attraverso un durissimo ma solidaristico piano di sacrifici scelti attraverso la condivisione popolare ma soprattutto concentrando i tagli in altri settori , hanno compensato gli effetti nocivi della crisi sulla salute delle loro popolazioni, non  facendo registrare particolari scostamenti sulla mortalità infantile e altri parametri riferiti alle patologie più gravi.

Qui puoi scaricare l’articolo di Lancet

gen 142014
 

chiamparino

Il tramonto dell’attuale classe amministrativa del Piemonte è nei fatti. Ricorsi o non ricorsi, la sensazione della chiusura di un ciclo è palpabile nel comune sentire, anche se ciò non significhi automaticamente il passaggio di colore nelle bandierine del Consiglio Regionale. Ma è necessario dare una solida base ai ragionamenti che in tutti questi anni sono stati al centro di una crisi non solo politico-economica ma soprattutto sociale. Presentarsi di fronte alle speranze delle persone cercandone il consenso necessita un momento di ragionamento profondo e salutare dove si raccolgono tutte le battaglie fatte e si proiettano in un’idea di società, di volontà politica chiara e senza ambiguità. La proposta è quella di ripartire da un’idea di salute e di organizzazione dei servizi sanitari importante non solamente perché questa rappresenta circa l’80% del bilancio dell’attività di ogni regione, ma soprattutto perché i motivi ed i modi delle risposte sanitarie danno il senso e la forma di quale società vogliamo costruire. Tenendo conto che anche il centrosinistra dovrà operare scelte davvero dolorose per rimettere all’onore del mondo quanto di più sensibile tocca ogni cittadino: le cure e l’assistenza alla propria persona. Da qui dobbiamo ripartire, chiamando a raccolta le nostre intelligenze e la nostra esperienza per poter formulare proposte concrete ed efficaci sulla competenza principe dell’azione amministrativa regionale: l’organizzazione della risposta ai bisogni di salute. Che, è ormai ampiamente riconosciuto, non può limitarsi ad una risposta di tipo economicistico o semplicemente organizzativo. La proposta è quindi quella di iniziare a lavorare da subito trovando i modi e le sedi adeguate per iniziare a costruire una risposta forte e moderna che dovrà arrivare in tempi rapidi e certi. Una domanda che proponiamo prima di tutto a Sergio Chiamparino, il candidato certamente meglio “attrezzato” e che personalmente ritengo dotato di personalità e capacità politica tale da comprendere immediatamente quante chances si giochino su questo fronte anche in altri settori che devono essere rilanciati nella nostra Regione quali il lavoro, la ricerca, l’innovazione. Subito quindi una sorta di Stati Generali della Salute del centrosinistra. Per il nostro benessere e la nostra sicurezza di cittadini