mar 062016
 

di Luigi Pintor

La sinistra italiana che conosciamo è morta. Non lo ammettiamo perché si apre un vuoto che la vita politica quotidiana non ammette. Possiamo sempre consolarci con elezioni parziali o con una manifestazione rumorosa. Ma la sinistra rappresentativa, quercia rotta e margherita secca e ulivo senza tronco, è fuori scena. Non sono una opposizione e una alternativa e neppure una alternanza, per usare questo gergo. Hanno raggiunto un grado di subalternità e soggezione non solo alle politiche della destra ma al suo punto di vista e alla sua mentalità nel quadro internazionale e interno. Non credo che lo facciano per opportunismo e che sia imputabile a singoli dirigenti. Dall’89 hanno perso la loro collocazione storica e i loro riferimenti e sono passati dall’altra parte. Con qualche sfumatura. Vogliono tornare al governo senza alcuna probabilità e pensano che questo dipenda dalle relazioni con i gruppi dominanti e con l’opinione maggioritaria moderata e di destra. Considerano il loro terzo di elettorato un intralcio più che l’unica risorsa disponibile. Si sono gettati alle spalle la guerra con un voto parlamentare consensuale. Non la guerra irachena ma la guerra americana preventiva e permanente. Si fanno dell’Onu un riparo formale e non vedono lo scenario che si è aperto. Ciò vale anche per lo scenario italiano, dove il confronto è solo propagandistico. Non sono mille voci e una sola anima come dice un manifesto, l’anima non c’è da tempo e ora non c’è la faccia e una fisionomia politica credibile. E’ una constatazione non una polemica. Noi facciamo molto affidamento sui movimenti dove una presenza e uno spirito della sinistra si manifestano. Ma non sono anche su scala internazionale una potenza adeguata. Le nostre idee, i nostri comportamenti, le nostre parole, sono retrodatate rispetto alla dinamica delle cose, rispetto all’attualità e alle prospettive. Non ci vuole una svolta ma un rivolgimento. Molto profondo. C’è un’umanità divisa in due, al di sopra o al di sotto delle istituzioni, divisa in due parti inconciliabili nel modo di sentire e di essere ma non ancora di agire. Niente di manicheo ma bisogna segnare un altro confine e stabilire una estraneità riguardo all’altra parte. Destra e sinistra sono formule superficiali e svanite che non segnano questo confine. Anche la pace e la convivenza civile, nostre bandiere, non possono essere un’opzione tra le altre, ma un principio assoluto che implica una concezione del mondo e dell’esistenza quotidiana. Non una bandiera e un’idealità ma una pratica di vita. Se la parte di umanità oggi dominante tornasse allo stato di natura con tutte le sue protesi moderne farebbe dell’uccisione e della soggezione di sé e dell’altro la regola e la leva della storia. Noi dobbiamo abolire ogni contiguità con questo versante inconciliabile. Una internazionale, un’altra parola antica che andrebbe anch’essa abolita ma a cui siamo affezionati. Non un’organizzazione formale ma una miriade di donne e uomini di cui non ha importanza la nazionalità, la razza, la fede, la formazione politica, religiosa. Individui ma non atomi, che si incontrano e riconoscono quasi d’istinto ed entrano in consonanza con naturalezza. Nel nostro microcosmo ci chiamavamo compagni con questa spontaneità ma in un giro circoscritto e geloso. Ora è un’area senza confini. Non deve vincere domani ma operare ogni giorno e invadere il campo. Il suo scopo è reinventare la vita in un’era che ce ne sta privando in forme mai viste.

feb 162015
 

Da Quotidianosanità

Il riordino degli ospedali piemontesi. Quei “maledetti” standard

Trovo rischioso che ci si limiti  ad un riordino ospedaliero senza accedere contestualmente ad un discorso più ampio di riforma del sistema nel suo complesso, dal momento che le concomitanze tra territorio e ospedale sono innegabili

04 FEB - Ancora non abbiamo imparato, prima di fare danni, a mettere in campo delle valutazioni  di impatto socio-sanitario per saggiare gli effetti delle politiche sanitarie sulle popolazioni interessate. La giuntadel Piemonte è stata costretta dalla contestazione dei propri territori  a rivedere la sua delibera  sul riordino degli ospedali (vedi articolo di QS con allegate le due delibere di novembre e gennaio).

A scrivere  numeri sugli ospedali negli allegati delle delibere è facile ma prevedere i loro effetti reali, fisici, sulle persone che hanno bisogno nei loro svariati spesso complicati territori di vita è un altro paio di maniche. La  mediazione che la Regione sta tentando con la nuova delibera di gennaio è di accontentare i territori in rivolta facendo sopravvivere alcune di quelle specialità considerate dalla precedente delibera “non assegnabili”.

Ma l’operazione di fondo, che è sostanzialmente una operazione  a tavolino di neo-standardizzazione del numero dei posti letto, resta invariata soprattutto nei saldi. Gli standard alla fine, come dimostrano le proteste del territorio, sono astrazioni statistiche che si danno  arie di verità scientifiche ma senza esserlo. Il problema della sanità piemontese non è solo essere oltre i parametri di compatibilità finanziaria ma anche che la sua produzione è calata del 3% senza una proporzionale  riduzione dei costi e per giunta è aumentata la mobilità passiva verso altre Regioni (30 milioni solo nel 2013).

Questo vuol dire due cose:
· vi è tanto un problema di quantità di sistema e quindi di spesa ed è il problema principale della regione;
· quanto un problema di  qualità  di sistema e quindi di tutela ed è il problema dei cittadini.

La cosa difficile è conciliare le due cose. La riorganizzazione della rete ospedaliera, anche nella seconda delibera,  è in pratica un intervento, a sistema fondamentalmente invariante, di “ospedalectomia”. Le  indicazioni  verbali delle due delibere sono eloquenti:riduzione dello standard dei posti letto ospedalieri accreditati  a 3,7 posti letto per mille abitanti,adeguamento delle piante organiche in rapporto ad un tasso di ospedalizzazione pari a 160 per mille abitanti;riduzione dei posti letto in eccesso,  soppressione di unità operative complesse, riconversione dei  ricoveri ordinari in ricoveri  diurni e i ricoveri diurni  all’assistenza territoriale  quindi  assistenza ambulatoriale residenziale e domiciliare. Quindi le due  delibere ragionano come se all’ interno del sistema sanitario piemontese vi fosse una superfetazione di posti letto, di unità complesse, di unità operative  da ridurre o rimuovere mettendo in atto  poi tutti le operazioni ricostruttive del caso (hub spoke, ospedali graduati per bacini di utenza  ecc)

La Regione Piemonte  si è sforzata di rassicurare in vario modo tanto i propri cittadini che i propri operatori ma a giudicare dalle proteste dei territori non è stata così convincente.Le loro rassicurazioni  derivano  da cose che si dovranno fare in un secondo tempo e si danno per scontate ma che scontate non sono  dal momento che  la nuova standardizzazione del numero dei posti letto, dovrà essere sostenuta da tutta una serie di atti di riforma quali riconversioni, un nuovo governo della domanda, il ripensamento dell’assistenza primaria, ecc.

Cioè il presupposto perché tutto funzioni è  la contestualità tra la  ridefinizione della rete ospedaliera e il riassetto dell’assistenza territoriale. Ma mentre tutta l’attenzione delle delibere è per la ospedalectomia sull’assistenza territoriale per ora vi sono solo enunciazioni. Le  delibere  sanciscono vistosamente  la differenza  tra  norme  performative  e norme   indicative.Le prime tagliano e ricuciono il sistema ospedaliero in essere (con la norma  performativa si compie quello che si dice di fare producendo un fatto reale).

Le seconde invece, quelle che riguardano  il territorio, si limitano ad asserire in modo non condizionale quello che si dovrebbe fare senza subordinare ciò che si dice di voler fare  a degli  standard, indicatori, criteri metodologici. Per cui tanto nella delibera che negli allegati  la definizione del territorio all’indicativo ha il limite di essere molto… troppo generica. La questione viene rimandata ad atti successivi ma  questo vuol dire che salta il principio di contestualità dichiarato con il rischio  di creare una dolorosa fase di transizione fatta da  abbandono, disfunzioni, tribolazioni per la  gente,  diseguaglianze di trattamento e soprattutto problemi di accesso ai servizi.

L’operazione quindi è concepita  con la logica dei due tempi, prima si taglia e dopo si vedrà. “Contestualità”, non significa solo che il riordino  dell’ospedale deve  coincidere con il riordino del territorio ma sottolinea ontologicamente che ospedale e territorio sono due sottosistemi di un  comune sistema sanitario e che quindi non vi può essere un riordino della parte senza  una riforma del tutto. Contestualità quindi vuol direconcomitanza riformatrice nel senso  delle “variazioni concomitanti” di Stuart Mill: si dia un obiettivo di compossibilità diritti/risorse  e l’ospedale e il territorio quale sistema di diritti e di spesa….tutti i problemi di compossibilità   causano variazioni nel primo e nel secondo  e viceversa….dando forma ad un processo riformatore.

Trovo rischioso che ci si limiti  ad un riordino ospedaliero senza accedere contestualmente ad un discorso più ampio di riforma del sistema nel suo complesso, dal momento che le concomitanze tra territorio e ospedale sono innegabili. La riduzione degli standard ospedalieri avviene a modello invariante di ospedale (l’hub spoke non è una riforma dei modelli ma solo la riproposizione di una classificazione che per altro pur con nomi diversi risale al 1968 cioè alla riforma Mariotti) per cui è probabile che parte della domanda sarà scaricata sul territorio ,a dicotomia invariante nei confronti dell’ospedale, senza che vi sia un territorio adeguato.

Il punto di fondo, che non va mai dimenticato, è che qualsiasi standard di posti letto è funzione del territorioper cui se il territorio non viene ripensato qualsiasi riduzione di standard  rischia di essere una banale riduzione di assistenza. Se non si risolve questo problema di concomitanza, presumibilmente i problemi di mobilità cresceranno. Quanto al territorio (prima delibera punto 4,linee di indirizzo per lo sviluppo della rete territoriale) non c’è solo un problema di genericità, si intravedono vistose contraddizioni come quella tra l’idea di “rete territoriale”  e il distretto definito come “macrostruttura” (sui limiti di questa concezione rimando alla parte 3 de “i mondi possibili della programmazione sanitaria(…) Mc Graw Hill  2012). Sorvolo le questioni che riguardano il lavoro, le professioni, le organizzazioni che ancora una volta sono visti come fantasmi incorporei  come se non fossero “il servizio” che sono.

Concludo  con quattro amichevoli suggerimenti:
· invertite l’ordine applicativo del riordino cioè partite dalla riorganizzazione del territorio al fine di rimodulare la funzione ospedaliera per non creare situazioni di abbandono;
· scrivete subito una nuova delibera  performativa “adeguamento della rete territoriale a sostegno della rimodulazione della rete ospedaliera”;
· mettete mano ad un disegno di riforma complessivo del sistema  che vada oltre la logica del riordino, dell’adeguamento, della rimodulazione e che affronti i problemi dei modelli, dei modi di essere, delle prassi, dei metodi, del lavoro… perché la sanità è fatta soprattutto da persone e non da cose;
· fate in modo che le  persone…a partire dai cittadini….non siano  “riordinati” nei loro bisogni di salute ma siano soggetti di riforma.

Buon lavoro.

Ivan Cavicchi

Ps:  analoga analisi vale anche per il decreto n° 14 gennaio 2015  “riqualificazione e rifunzionalizzazione  della rete ospedaliera-territoriale della regione Sicilia” (QS 26 gennaio 2015) per cui applicando la regola transitiva sussistono  analoghi  dubbi e valgono analoghe proposte.

feb 092015
 

filosofia della curaCosa significa prendersi cura della propria vita e di quella degli altri? Perchè siamo quello che facciamo e quello di cui abbiamo cura?  Esiste una “passione per il bene”? Da Levinas ad Heidegger, da S. Giovanni ad Hanna Arendt esiste un’interrogazione costante su cosa significhi “prendersi cura” della vita, propria e di quella degli altri. Ma soprattutto “se ci prendiamo cura delle persone quello che accade nello scambio relazionale con l’altro diverrà parte di noi. Della cura si può pertanto parlare nei termini di una fabbrica dell’essere”. Libro emozionante questo di Luigina Mortari, Direttrice del Dipartimento di Filosofia, Pedagogia e Psicologia dell’Università di Verona e dove insegna Epistemologia della ricerca qualitativa alla Scuola di Medicina e Chirurgia. Con un linguaggio preciso ma semplice e piano siamo immediatamente calati nella realtà del processo di cura che non significa parlare di Medicina o di Pedagogia, ma parlare della nostra vita di tutti i giorni, della passione per il bene che diventa un nuovo modo di interrogare se stessi e la propria vita.

ott 072014
 

L’intervento di Walter Tocci al Senato sull’articolo 18, giusto per ricordarci chi siamo…

Tra le righe si legge una sfiducia nel futuro del paese. Si ritiene che l’Italia non possa essere diversa da come è oggi, non sia in grado di modificare la sua struttura economica tradizionale ormai messa fuori gioco dalla competizione internazionale. Si pretende di risolvere il problema eliminando i diritti e riducendo i salari, già oggi i più bassi in Europa, magari utilizzando gli 80 euro e il Tfr per pareggiare il conto.

Sembra una scelta di buon senso ma è una via senza uscita. I paesi emergenti saranno sempre nelle condizioni migliori di costo per vincere la concorrenza. L’unico modo per mantenere il rango di grande paese consiste invece nel migliorare il livello tecnologico, la specializzazione del tessuto produttivo, l’accesso nell’economia della conoscenza. Ma ci vorrebbe un’agenda di governo tutta diversa; bisognerebbe puntare sulla formazione permanente per migliorare le competenze, mentre qui si promuove per legge il demansionamento dei lavoratori; si dovrebbe puntare sulle politiche industriali della green economy mentre il decreto sblocca-Italia rilancia la rendita immobiliare; si dovrebbe puntare sulla ricerca scientifica e tecnologica, che invece subirà altri tagli con la legge di stabilità; si dovrebbe puntare sull’economia digitale non a parole ma con azioni concrete che ancora non si vedono.

Non si è mai cominciato a cambiare verso. Finora si sono visti i passi indietro. Con le riforme istituzionali gli elettori contano meno di prima. Con il Job Act si intaccano le garanzie per i lavoratori. Queste scelte non erano previste nel programma elettorale del 2013 che abbiamo sottoscritto come parlamentari del Pd. Non siamo stati eletti per indebolire i diritti.

ago 192014
 

soffici_ardengo

 

Cinquant’anni fa moriva Ardengo Soffici. Caduto in un certo oblio, ma certamente da leggere anche oggi, al di fuori delle antologie che lo ricordano più per la fondazione del Lacerba che per ciò che ha scritto veramente. E poi come non ricordare la scazzottata alle Giubbe Rosse con Marinetti, Boccioni e Carrà che partirono da Milano per dargli una lezione,  che restarono sorpresi dalle bastonate restituire da Ardengo il quale, il giorno dopo, andò con Slataper e Prezzolini a restituire la cortesia alla Stazione di Firenze ai partenti futuristi, con i quali si riconciliò tempo dopo. Ed anche se le sue idee non sono le mie, chapeau, Ardengo!

« …centro d’attrazione di quanti erano spiriti indipendenti, ardenti, appassionati di pura bellezza e di verità ardite spietate, di enunciazioni magari scandalose (…) di energia giovanile che ci spinge al combattimento ideale, un bisogno di aria nuova, un’allegra volontà di spoltrire il mondo circostante, di spalancar le frontiere dell’intelligenza e dell’arte per un principio di nuova umana universalità. >> 
(dal Programma di Lacerba)

ago 182014
 

sanità tunnel

Certamente un traguardo di cui andare fieri: raggiunti i 4000 trapianti di rene inPiemonte. Ma cosa ci può insegnare questo risultato? Se infatti da un lato si rimarcano i numeri raggiunti dalle tre sedi in cui fattivamente viene compiuto l’atto finale del trapianto, dall’altro si tende a dimenticare che questo è l’ultimo anello di una catena ben più ampia e misconosciuta. Gli organi infatti vengono prelevati nelle diverse sedi ospedaliere abilitate, che sono per la maggior parte diverse da quelle di “impianto” e che vedono la mobilizzazione di medici di diverse specialità (anestesisti-rianimatori, urologi, anatomo-patologi ecc.), infermieri di sala operatoria e non, tecnici laboratoristi, personale addetto al trasporto fino, a volte, alle stesse forze dell’ordine che garantiscono e agevolano il trasporto stesso. E che spesso avviene di notte e in giorni “festivi”, per lasciare a disposizione le sale operatorie per la “normale” attività diurna di interventistica. E che si avvale di una vera e propria rete ramificata composta di molte professionalità nelle diverse aree geografiche che vanno al di là delle stesse regioni, se non degli Stati stessi. Un lavoro davvero “oscuro” verrebbe da dire. E qui sta l’insegnamento della Medicina moderna, che raggiunge questi risultati quando agisce come una “rete”, “insieme”, sincronizzata, al di là molto spesso di ciò che persino è dovuto contrattualmente, con sacrificio personale. La Medicina moderma è questa, dove certamente esiste chi deve comandare ma che, a differenza del passato, non può più solo basarsi su capacità concentrate in poche “mani” di illustri professori di chiara fama. Esiste cioè una consapevolezza e capacità tecnica che è distribuita molto più estesamente rispetto al passato. Ecco perchè, soprattutto oggi, è particolarmente errato parlare solo di “eccellenze” che danno lustro alla nostra sanità pedemontana, dimenticandosi che l’eccellenza è un prodotto diffuso territorialmente. E che non può manifestarsi se tutto il resto del sistema territoriale non la sostiene, a volte anche solo per compiere tutto il lavoro che deve essere svolto per dare sollievo alle richieste del proprio ambito geografico. Perchè per fare buoni trapianti è necessario che qualcuno, oltre a rendere disponibile un organo, si prenda carico di svolgere tutta quell’attività chirurgica che non può essere svolta nei cosiddetti centri di eccellenza. Un diamante, quindi, davvero molto sfaccettato e di una complessità poco conosciuta anche da chi deve fare buona informazione. Oltre al grande centro dove si dona nuova vita, esistono medici che convincono e raccolgono il consenso a donare gli organi, persone che spendono la propria capacità morale e che si caricano del lato “triste” della successiva vittoria, che si siedono di fronte ai familiari di un donatore che quella sera torneranno a casa con un altro stato d’animo e che rappresentano, anch’essi degli eroi davvero positivi dei nostri tempi edonistici ed individualistici. La Medicina dei soliti ignoti che non finiscono certamente sui giornali, ma che costruiscono tutti insieme la moderna Medicina, di chi cura, di chi riceve la cura e di chi rinuncia alla vita dei propri cari per donare. I soliti ignoti, insomma…

mag 312014
 

Bene, adesso che abbiamo vinto iniziamo a parlare di cose serie. Iniziamo  parlare di politica sanitaria, di persone che si rivolgono ai nostri servizi, all’innovazione sanitaria e non di chi sarà il nuovo Assessore alla sanità. Iniziamo a parlare di come mettere in ordine dal punto di vista ambientale il nostro – ormai quasi residuale – sistema industriale, di come l’economia ambientale possa portarci beneficio e buona crescita, di come sia possibile un nuovo sviluppo riducendo gli impatti ambientali ed anzi, facendo in modo che diventino un’opportunità e non un peso. Eccoci, dunque: con Sergio Chiamparino proprio perchè siamo convinti che sia possibile un nuovo modo di far politica. Anche se sarà difficile e non tutti la penseranno come noi. Noi ci siamo

apr 132014
 

ipcc logo

16 anni utili per incidere positivamente sul cambiamento climatico: questo è il messaggio contenuto nella sintesi per i policymaker dell’ IPCC pubblicata oggi (mentre il rappoero completo sarà disponibile il 15 aprile). Chiarito il fallimento dell’obiettivo della riduzione delle emissioni da ottenersi nel 2020, il documento stima necessario un taglio di CO2 molto più rapida di quella ottenuta finora agendo soprattutto sui settori della produzione dell’energia elettrica, mentre appare più difficile alle attuali condizioni politiche incidere sui trasporti. Importante innovazione è l’attenzione anche ai comportamenti individuali con la capacità di combattere anche su questo fronte con risultati significativi. Da sottolineare anche come la lotta ai cambiamenti climatici sia un aspetto della più grande questione dell’equità: i paesi in via di sviluppo finirebbero, se continuasse questa tendenza, con il pagare in maniera molto più onerosa le politiche di mitigazione necessarie, creandosi un mercato delle emissioni con prezzi diversi a seconda dei Paesi. Insomma, la scienza internazionale sembra non dare messaggi discordanti sul fatto che il tempo è sempre meno.

 

apr 112014
 

BOOKSINITALY

(AGI) Attesa per il 14 aprile quando a Milano verrà presentato BooksinItaly, il primo sito per la promozione dell’editoria, della lingua e della cultura italiana nel mondo. Disponibile in italiano e inglese, lo spazio sul web si rivolge agli editori, sia italiani che stranieri, ai traduttori, agli italianisti e agli Istituti italiani di cultura all’estero. L’iniziativa nasce per volontà della Farnesina, del ministero dei beni e della attività culturali e del centro per il libro e la lettura, in collaborazione con l’associazione italiana editori, con il patrocinio di Expo 2015 e il sostegno di regione Lombardia, comune di Milano e fondazione Cariplo. BooksinItaly si inserisce all’interno di un progetto più ampio coordinato da fondazione Mondadori. Alla presentazione nel capoluogo lombardo ci saranno Andrea Meloni, capo della direzione generale promozione sistema paese della Farnesina, Cristina Cappellini, Gian Arturo Ferrari, Luisa Finocchi, Luca Formenton, Stefano Parise e Marco Polillo, con il coordinamento di Oliviero Ponte di Pino

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