set 052012
 

L’idea di giustizia sembra davvero scomparsa dalla discussione politica odierna. I nuovi turbo-liberal-liberisti non la prendono più nemmeno in considerazione, la ritengono solo d’impiccio di fronte all’agognata crescita a tutti i costi. Nessuno pone in discussione la necessità dell’innovazione, della trasformazione, del rinnovamento. La crescita stessa è un concetto che viene declinato con mille sfumature, ma di cui non riesce a far a mano nemmeno chi propaganda la decrescita. Ma come ottenerla e come distribuirla risulta un fastidioso problema di cui non è necessario occuparsi in tempi di crisi. E invece non è così. Semplicemente, in una società dove il benessere di ciscuno dipende da un sistema di cooperazione al di fuori del quale nessuno può condurre una vita “possibile” bisogna introdurre un barlume di idea di giustizia che possa guidare tempi difficili come quelli attuali. Così, oggi, le ineguaglianze economiche e sociali possono essere sopportabili solo e soltanto se producono benefici compensativi significativi per ciascuno, soprattutto per le figure meno avvantaggiate della società. Non è quindi in nessun modo più giustificabile che i sacrifici di alcuni siano compensati da un maggior bene aggregato, una cifra media tra chi compone la società. La situazione attuale dove alcuni hanno meno, anzi perdono rispetto al passato, affinchè altri possano prosperare, potrebbe anche apparire utile, ma semplicemente non è giusto. Nessuno riesce più a parlare questo linguaggio, che in fondo è patrimonio comune sia dei sedicenti “comunitaristi” che dei cosiddetti “liberali”. Personalmente, con alcuni amici, abbiamo deciso di porre nuovamente queste questioni al centro del dibattito politico, anche senza targhe, uomini della provvidenza, ricchi sponsor e quant’altro. Rimboccandoci le maniche e prendendo le nostre responsabilità in prima persona, senza reti protettive. E tra poco tempo, per chi possiede questi sentimenti, saremo più chiari. Non perdeteci d’occhio…

feb 042011
 

(via The Frontpage)

Care compagne e cari compagni, per carità, per il nostro bene, fermatevi.

Il nostro avvenire, la libertà, i nostri diritti e quelli delle persone colpite dalla crisi e dall’ingiustizia sociale, non possono essere affidati alla legge e alla violenza dello Stato. Ai tribunali. Alla repressione. In passato ci è capitato, qualche volta, di pensarlo. Poi abbiamo capito che sbagliavamo.

Non possiamo sperare nel carcere, nell’arresto dell’avversario più detestato, nei sistemi di intercettazione a tappeto, nella logica dei corpi separati e persino nell’intervento del Vaticano per ottenere ciò che non abbiamo ottenuto con il consenso.

Nel giustizialismo non c’è meno oscurità che nel comportamento arrogante della politica di potere. Continue reading »