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 (…) Gli scienziati desiderano introdurre nella politica qualcosa della loro disciplina. Tuttavia, per quanto riguarda le questioni umane, il pensiero razionale non è altro che una trappola e un’illusione, a meno che non tenga conto dell’inconscio. Mi riferisco a entrambi i significati della parola, cioè inconscio nel senso di «profondo» e non rapidamente disponibile, e nel senso di rimosso», vale a dire mantenuto tenacemente inaccessibile a causa del dolore che deriva dalla sua accettazione come parte del Sé.

I sentimenti inconsci dominano le persone nei momenti critici, e chi può dire se ciò è un bene o un male? E’ comunque un fatto; un fatto che deve essere preso in considerazione costantemente dai politici, se vogliono evitare pericolose conseguenze. Infatti, a uomini e donne possono essere affidati con sicurezza dei compiti nel campo della pianificazione soltanto se sono qualificati nella comprensione dei sentimenti inconsci.

I politici sono abituati a scavare intuitivamente nel profondo, così come fanno gli artisti di tutti i tipi scoprendo e mettendo in luce i meravigliosi e terribili fenomeni che appartengono alla natura umana. Ma il metodo intuitivo ha i suoi inconvenienti; uno dei maggiori consiste nel fatto che le persone intuitive spesso sono intransigenti quando parlano di cose di cui vengono a conoscenza senza difficoltà.

Preferirei ascoltare sempre dei pensatori che riflettono su ciò a cui stanno pensando piuttosto che delle persone intuitive che parlano di ciò che sanno. Ma, per quanto riguarda la pianificazione delle nostre vite, che il cielo ci aiuti se i pensatori prendessero il sopravvento! Innanzitutto, essi solo raramente credono all’importanza dell’inconscio; secondo, anche se lo fanno, la nostra comprensione della natura umana non è ancora sufficientemente completa da permettere che la sola riflessione sostituisca il sentimento. Il pericolo è in parte dovuto al fatto che i pensatori elaborano dei sistemi che sembrano meravigliosi. Ogni incrinatura in questi sistemi viene sottoposta a un ragionamento ancora più brillante e, alla fine, questo capolavoro di costruzione razionale viene demolito da un piccolo dettaglio come l’Avidità, che non è stata tenuta in conto; il risultato è un’altra vittoria dell’irragionevolezza, e la sua conseguenza: un incremento della pubblica sfiducia nella logica.

A mio avviso, la questione dell’economia, così come si è sviluppata e come ci è stata presentata in Inghilterra negli ultimi vent’anni, è l’esempio di uno dei temi che possono far indulgere allo sconforto. Per quanto riguarda la chiarezza di pensiero in relazione a una disciplina infinitamente complessa, gli economisti sono ineguagliabili. E la chiarezza di pensiero è necessaria. Tuttavia, per qualcuno il cui lavoro mantiene costantemente il contatto con l’inconscio, l’economia è spesso sembrata la scienza dell’Avidità, in cui viene eliminata ogni menzione all’Avidità. Scrivo Avidità con la lettera maiuscola, perché mi riferisco a qualcosa di più dell’avidità per cui i bambini vengono ammoniti; mi riferisco all’Avidità come a un impulso amoroso primitivo, ciò di cui ci spaventa riappropriarci, ma che è alla base della nostra natura e di cui non possiamo fare a meno se non cessiamo di interessarci alla nostra salute fisica e mentale. Vorrei suggerire che una sana economia dovrebbe prendere in considerazione l’esistenza e il valore (come pure il pericolo) dell’Avidità personale e collettiva e dovrebbe tentare di imbrigliarla. L’economia malsana, al contrario, attribuisce l’Avidità soltanto ad alcuni individui o gruppi di individui, che definisce come patologici: pretende che essi siano eliminati o richiusi, e si fonda su questo assunto. Essendo questo un assunto falso, gran parte dell’economia intelligente è soltanto intelligente, vale a dire divertente da leggere ma pericolosa come fondamento per la pianificazione.

L’inconscio può essere un elemento di disturbo per i pensatori, ma anche l’amore lo è per i vescovi.

Donald Winnicott

(IL PENSIERO E L’INCONSCIO;  apparso in “Liberal Magazine”, marzo 1945.)