feb 192011
 

Come molti ammiratori di Steve Jobs, del quale si rincorrono le notizie di una ripresa di  malattia, mi sono chiesto cosa effettivamente sia possibile imparare dalla sua esperienza di vita. E in tempi di vacche magre politiche, se esistesse un messaggio valido anche per chi si candidi ad ottenere un ruolo di direzione e di indirizzo nell’amministrazione della cosa pubblica. Tra le diverse risposte che riguardano aspetti molto personali e generali, almeno due appaiono significative ed utili alla nostra politica, anche nella loro semplicità.

La prima è la capacità di aggregare tecnologie e mondi diversi. Steve Jobs, in effetti, non ha inventato molto in prima persona, ma è sicuramente riuscito a mettere a frutto i risultati di molte ricerche fiorite nella Silicon Valley riunendole in prodotti che prima non esistevano e che si sono rivelati utili per milioni di persone. Cogliere nuove idee, capirne il significato e moltiplicarne l’utilità integrandole con altre potrebbe rappresentare un’abilità imprescindibile per amministrare meglio il bene comune e creare progresso. Tenendo conto che non sempre le idee assemblabili sono le migliori in senso assoluto, ma sono quelle che producono maggior beneficio se unite ad altre: spesso idee meravigliose non sono percorribili e men che meno hanno la possibilità di “lavorare” con altre. Per far questo bisogna possedere una certa dose di umiltà, di buon orecchio per tutto ciò che succede e capacità di imparare l’alfabeto dell’innovazione, asset che non sembrano molto rappresentati in questo momento nel nostro agone politico.

La seconda sembra banale, ma non lo è: creare degli strumenti che siano in grado di modificare in meglio molti aspetti della nostra vita sia singola che collettiva. Chiaramente i nostri politici non devono inventare supporti tecnologici, ma sicuramente non riescono più a creare condizioni, modalità, intuizioni davvero utili al comune cittadino. Men che meno riescono a migliorare “prodotti” già presenti nella nostra vita quotidiana come il sistema sanitario o la semplice anagrafe comunale. Sia chiaro che si è lontani da ritenere la politica come braccio e fine dell’utilitarismo di Bentham, ma davvero sembra oggi che la politica non serva a molto nella vita di tutti i giorni. La deriva più comune è un semplice economicismo che si traduce nella missine di tenere a posto i conti e di tagliare le spese improduttive, ma questa non è politica. Un bravo manager ed un esperto ragioniere avrebbero maggiori titoli per dedicarsi a questo fine e magari con migliori risultati. Tenere in ordine i conti è una precondizione della politica, non è la politica. Creare stumenti di convivenza collettiva, di miglioramento del rapporto tra Stato e cittadino, di sviluppo per porre le persone nelle migliori condizioni per sviluppare il proprio potenziale e via discorrendo è un’altra storia che oggi non sembra essere raccontata più da nessuno. Lo stesso messaggio sui grandi temi e l’impegno su capitoli talmente vasti che sembri non tocchino la nostra vita quotidiana è la moneta che viene oggi maggiormente contrabbandata come politica. Ed i risultati sono sotto i nostri occhi. Anche senza arrivare all’estremismo di Steve Jobs come non sia un affare dei consumatori sapere quello che vogliono.

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