LA POLITICA RESTRITTIVA AGGRAVA LA CRISI, ALIMENTA LA SPECULAZIONE E PUO’ CONDURRE ALLA DEFLAGRAZIONE DELLA ZONA EURO. SERVE UNA SVOLTA DI POLITICA ECONOMICA PER SCONGIURARE
UNA CADUTA ULTERIORE DEI REDDITI E DELL’OCCUPAZIONE
Ai membri del Governo e del Parlamento
Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea
Ai rappresentanti delle forze politiche e delle parti sociali
Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea e del SEBC
E per opportuna conoscenza al Presidente della Repubblica
La gravissima crisi economica globale, e la connessa crisi della zona euro, non si risolveranno attraverso tagli ai salari, alle pensioni, allo Stato sociale, all’istruzione, alla ricerca, alla cultura e ai servizi pubblici essenziali, né attraverso un aumento diretto o indiretto dei carichi fiscali sul lavoro e sulle fasce sociali più deboli.
Piuttosto, si corre il serio pericolo che l’attuazione in Italia e in Europa delle cosiddette “politiche dei sacrifici” accentui ulteriormente il profilo della crisi, determinando una maggior velocità di crescita della disoccupazione, delle insolvenze e della mortalità delle imprese, e possa a un certo punto costringere alcuni Paesi membri a uscire dalla Unione monetaria europea.
Il punto fondamentale da comprendere è che l’attuale instabilità della Unione monetaria non rappresenta il mero frutto di trucchi contabili o di spese facili. Essa in realtà costituisce l’esito di un intreccio ben più profondo tra la crisi economica globale e una serie di squilibri in seno alla zona euro, che derivano principalmente dall’insostenibile profilo liberista del Trattato dell’Unione e dall’orientamento di politica economica restrittiva dei Paesi membri caratterizzati da un sistematico avanzo con l’estero.
(Continua qui)
Che fossero amici del nucleare lo potevamo presumere, malgrado le incertezze durante la campagna elettorale per le regionali piemontesi. Ma ciò che veramente fa specie in questo ritiro del ricorso della Regione Piemonte, allora amministrata da Mercedes Bresso, è che nei fatti il governatore leghista Cota dà nei fatti via libera a Roma per la scelta dei siti dove installare il o i siti nucleari in Piemonte. Una vera e propria cessione di sovranità al centralismo di Roma che deciderà senza nessun intoppo l’area che meglio preferisce per costruire appunto un’opera di forte impatto ambientale. O magari anche dove ubicare semplicemente il sito nazionale di stoccaggio delle scorie nucleari italiane, con Trino in pole position data l’attuale capacità di accogliere le scorie della precedente attività piemontese. Interessante sarà comprendere come riusciranno a far conciliare sbandierate, almeno in campagna elettorale, virtù quali la capacità di leggere il territorio, di vicinanza alle popolazioni, di essere “padroni a casa propria”, di autogoverno piemontese e via discorrendo. Ma le uniche capacità attualmente esercitate sembrano essere quelle delle parole (perchè di fatti ancora non ne abbiamo visti) contro gli immigrati. Sempre che anche questi non servano ad infoltire le fabbrichette brianzole o la raccolta delle pesche nostrane. Chiaramente sulle energie rinnovabili o sulla necessità di rendere davvero il più possibile indipendente il nostro territorio dal ricatto del petrolio “nisba”, per dirla come loro.
Gli oncologi italiani hanno lanciato il loro allarme sulle conseguenze della manovra finanziaria dalla sede del più prestigioso congresso mondiale di oncologia, ASCO, che si sta tenendo a Chicago. L’avvertimento è corredato da considerazioni puntuali che i responsabili del Governo dovrebbero analizzare con attenzione. Ad esempio si sottolinea come la manovra comporterà maggiore sofferenza delle strutture del Sud Italia che rischieranno di chudere aumentando i viaggi della speranza. E proprio su questo punto si sottolinea come la riduzione della migrazione sanitaria otterrebbe un risparmio minimo almeno del 10% della spesa sanitaria. Secondo il Presidente degli oncologi italiani, Prof. Carmelo Iacono, la vera risposta è la creazione di un sistema a rete dimodochè un centro possa supplire le carenze di un altro.
Particolare attenzione viene inoltre posta al taglio trasversale del personale. I dati pubblicati dal libro bianco redatto dagli oncologi italiani, giunto alla quarta edizione, sottolinea che un’ulteriore riduzione del personale medico ed infermieristico, che si verificherà con il blocco del turnover, porterà inevitabilmente al blocco delle attività, oltre all’illogicità a questo punto di un eventuale investimento sul macchinario compiuto negli anni scorsi che non avrebbe la possibilità di funzionare data, appunto, la carenza di organico. La stessa idea di un taglio dei farmaci più costosi deve essere considerata con attenzione. Secondo gli oncologi la personalizzazione della cura è una delle armi oggi più “affilate” perchè è giusto dare al paziente giusto il farmaco giusto ed è la base per un vero risparmio in sanità: “La caratterizzazione biologica dei tumori è essenziale e richiede laboratori specializzati, figure dedicate e un lavoro comune di formazione per ridurre sempre più gli errori diagnostici”, spiega il professore Marco Venturini, presidente eletto dell’Associazione. E questo è il percorso – sottolinea Venturini – che Aiom sta realizzando con Siapec, Società di Anatomia Patologica: “Sarebbe davvero miope tagliare questi costi che si traducono in un evidente risparmio di spesa nel medio periodo, evitando di utilizzare farmaci estremamente costosi per pazienti che non ne trarrebbero alcun beneficio”. Inoltre – ricorda l’Aiom – i farmaci biosimilari, le molecole copia di medicinali biologici ‘griffati’, possono offrire un’alternativa più economica ma “solo a patto che vi sia una sana competizione basata sull’efficacia e la sicurezza. Il prezzo non può essere un criterio per decidere quale molecola utilizzare”. E sono prorpio le stesse società specialistiche che stanno affrontando la questione dei migliori modelli organizzativi che diano una effettiva risposta ai bisogni dei pazienti contenendo i costi. La stessa AIOM ha pesentato 22 linee guida che individano i migliori percorsi oncologici anche dal lato dell’appropriatezza delle cure, con allegato il progetto “Right” per la verifica dell’applicazione di queste linee guida.
Per comprendere la politica ambientale e il suo peso in Italia oggi basta incrociare almeno due articoli comparsi sulla stampa quotidiana questa mattina. Nel primo (qui) viene dato conto della situazione dei reati ambientali presenti nel nostro Paese che veleggiano verso un importante aumento, quasi fuori controllo. tenendo conto che tali reati attengono spesso ad autorizzazioni industriali non rispettate, problemi edilizi e via discorrendo, la sensazione che un’altra fetta consistente di evasione si annidi appunto nelle questioni legate al territorio e alla sua tutela è più che dimostrata. Non solo un problema di inquinamento, quindi, ma una vera e propria sottrazione di risorse allo Stato degna per quantità di una manovra economica. Il secondo testo (qui) è un rendiconto del caos presente all’interno del Ministero dell’Ambiente con blocco annesso della nomina di direttori generali, autorizzazioni ambientali ferme, stipendi oltre limite, politiche azzerate. In sostanza un’attività che dovrebbe sbloccare e porre sotto limiti compatibili anche qui le nostre aziende soffre di poca efficienza, senza parlare dell’efficacia. Con l’idea che sono le stesse aziende che non riescono ad ottenere i diversi “pass” alla propria attività che iniziano a spazientirsi. Poca capacità di perseguire i reati ambientali con ingenti “distrazioni” di soldi e danni al nostro territorio e scarsa efficienza nel dare giusto regime autorizzativo alle nostre attività produttive sono le cifre che la fotografia delle politiche ambientali del nostro Paese ci restituiscono senza troppa difficoltà interpretativa. E tutto questo significa perdita di nuovi posti di lavoro, inquinamento e perdita di salute, danni economici che si aggiungono a quelli della recente manovra. Se qualcuno non è convinto del perchè sia necessaria una forte risposta politico-amministrativa sul settore ambientale, la lettura di queste due note potranno fargli cambiare idea.
Giornata dell’Ambiente. Il Piemonte si affida alla trasmissione “chi l’ha visto?” per comunicare cosa c’è da fare e cosa è stato fatto in questi anni. Devo dire che, almeno all’interno del mio luogo di lavoro, nessuno sapeva nulla dell’avvenimento. E dire che non c’è nemmeno troppa necessità di spesa per far capire due o tre piccole cose e far appassionare le persone non tanto al catastrofismo ambientale, ma alle numerose opportunità che una rivoluzione ambientale potrebbe far nascere non sulla luna, ma proprio sul nostro territorio.
Leggiucchiando qua e là, scopriamo che sono state fatte le nomine nelle diverse aziende torinesi da GTT a seguire. Non c’è molto di nuovo e per la maggior parte, eccezion fatta per Fabrizio Gatti e pochi altri, si respira aria da ricircolo. Nessun colpo di reni o spericolate innovazioni. Se indubbiamente mantenere chi ben ha operato e possiede esperienza può essere positivo, il rinnovamento politico e generazionale nella gestione della cosa pubblica non inizierà certamente da qui.
Se la sinistra vuole ridare a Nicolas Sarkozy tutte le chances per il 2012, non potrà fare migliore scelta che ridurre il proprio progetto di società, come proposto da Martine Aubry (Segretaria del Partito socialista Francese), al concetto di “cura” (care) (…). Questo concetto si inscrive nella tradizione della filosofia empatica inglese, che risale a Hume e Adam Smith e risorge negli Stati Uniti con Reagan, nel 1982, con un libro di Carol Gilligan facendo del “care” l’ideologia del femminismo, la “moralità delle donne”, prima di diventare, con un altro libro di Joan trento, nel 1993, una forma generale di società. Così definito, questo concetto trova a priori una risonanza nella crisi attuale: rinvia al bisogno di rispondere al sentimento di solitudine, d’abbandono, in cui soffrono coloro che sono in una situazione precaria, in una società che privilegia i vincitori. Essa ha anche l’abilità di introdursi nascostamente nella rivendicazione sindacale di una generalizzazione della sicurezza sociale alla precarietà del lavoro, alla domanda di cura che esprime l’emozione attorno ad azioni caritatevoli e di mordere sul terreno del cattolicesimo sociale che incarnano ad un tempo il centro e la seconda sinistra. Ma la Francia del 2010 non rassomiglia per nulla agli Stati Uniti del 1980 e questo concetto è infatti incompleto e pericoloso. E’ incompleto perchè non riprende che parzialmente al concetto inglese, che include infatti l’idea di “interessarsi a, prendere sul serio, dare importanza a” e rinvia alla dignità, all’esercizio partecipato del potere e non al paternalismo della cura. E’ pericoloso perchè trasforma i cittadini in malati e lo Stato in una sorta di Ospedale sociale generale. Come la sinistra fece già un tempo parlando della necessità di una “sicurezza sociale professionale”, assimilando la disoccupazione a una malattia, che lo Stato dovrà curare. E’ pericolosa perchè dimentica che i più deboli, quelli che dovrebbero essere curati, sono coloro i quali, oggi, non hanno diritto di voto. Di fatto, oggi, come domani, i Francesi non sono essenzialmente dei malati da curare, ma dei cittadini da prendere in considerazione. Essi non hanno bisogno di essere ascoltati se piangono per guarirli; ma che si ascoltino le loro volontà, per agire, per essi stessi, per gli altri, per le generazioni a venire, per il Paese. I Francesi non hanno bisogno di cure; essi domandano rispetto. E il rispetto passa da subito attraverso un discorso di verità: lo Stato è stato rovinato da vent’anni di lassismo. I soldi pubblici sono stati mal spesi, a vantaggio di coloro che hanno meno bisogno. Il Paese non lavora abbastanza e va verso il declino. La nazione ha dunque bisogno di una autorità giusta, attenta ai più deboli, che si preoccupi dell’avvenire, che decida democraticamente delle priorità trasparenti. Nulla sarà peggio che ritornare ai valori del 19mo secolo per riuscire nel 21mo.
(qui l’articolo originale di Jacques Attali)
Garibaldi è stato un personaggio complesso che non è possibile racchiudere in qualche formula, partito e addirittura Stato. Ritengo che sia stato un padre della patria di levatura somma che è riuscito a mettere in moto e dare finalità ed azione alle speranze di uomini di ogni estrazione, intellettuali come diseredati. Ha goduto di un’immensa popolarità già tra i suoi contemporanei per lo straordinario disinteresse, semplicità dello stile di vita, modestia con cui torna al di qua della linea d’ombra quando termina la sua opera, la disponibilità della sua vita al di fuori degli egoismi nazionali. Quello che è stato considerato come un segno di superficialità intellettuale, e cioè la mancata identificazione con le correnti intellettuali nate nel suo tempo (mazzinianesimo, sansimonismo, marxismo degli albori) proprio oggi, nel momento del tramonto delle grandi ideologie novecentesche, ce lo fa comprendere meglio per il desiderio di indipendenza intellettuale. Personalmente mi ha sempre colpito il fatto che sia riuscito ad indirizzare le forze più sparse e disparate verso obbiettivi possibili, rifiutando l’azione per se stessa e il semplice ribellismo senza possibilità di riuscita. Quando guardo una bandiera italiana sventolare il mio pensiero va a Garibaldi.
Il governo getta la maschera e colpisce, mediante la Finanziaria, le fonti di energia rinnovabile. Sono due gli articoli da tenere d’occhio il 15 che impone agli impianti idroelettrici di grande derivazione un nuovo canone e il 45 che cancella l’obbligo da parte del Gestore dei Servizi Elettrici (GSE) di ritirare i Kw in esubero prodotti. Lo smascheramento a favore della costruzione del nucleare e l’abbattimento della produzione delle rinnovabili è dato dal fatto che le misure citate non costituiscono nessun vantaggio per le casse dello Stato, ma al contrario rinunciano ad eventuali gettiti fiscali. L’associazione dei produttori di energia da fonti rinnovabili (APER) segnala inoltre la “forte turbativa che tali provvedimenti creano negli istituti di credito, con conseguente perdita di credibilità del Sistema Paese nei confronti del mondo finanziario”. Inutile inoltre ricordare il colpo inferto allo sviluppo dei Green Jobs, i lavori verdi, che sicuramente perderanno terreno e allontaneranno il nostro Paese dalle possibili 300.000 nuove unità lavorative che si potrebbero immettere sul mercato del lavoro.